Non di sola scissione

Vive la sinistra. Vive nella società, nel mondo del lavoro, nella politica, anche se non in quella istituzionale e dei partiti che competono sullo scenario pubblico e per il governo e la rappresentanza parlamentare. Vive la sinistra ovunque alcune battaglie vengano portate avanti, come lo fu quella sui beni comuni, come lo è quella per una civiltà più giusta e più equa.

Non si parla solo delle forme organizzate del fare politica, è tutto il mondo in cui queste sono diffuse a essere interessato e a interessare i processi sociali, economici e politici. Prendiamo la stagione dei movimenti nella primavera del 2012, prendiamo quanto accade nelle realtà territoriali, dove spesso nascono soggetti rappresentativi intorno a emergenze e problematiche, prendiamo quello che succede nel mondo della cultura, nei fenomeni che attraverso la comunità; cosa ci dicono tutte queste cose? Che c’è una forte domanda a cui si stenta a dare risposte adeguate.

Se per rispondere a questa domanda nel modo corretto qualcuno pensa che basti una scissione del Pd, credo che sia fuori strada. Per due ragioni, fondamentalmente. La prima, è che non si possono dare rimedi vecchi a problemi nuovi. Dinanzi, oggi, abbiamo una situazione che mai s’era vista: in una crisi che investe il capitale, è che schiaccia, per reazione di questo, il lavoro in un angolo, nel nostro Paese il leader del principale partito che si richiama alla sinistra gioca dalla parte del primo e non del secondo. Ipotizzare che in questo schema basti staccare un pezzo dal partito che in esso sta giocando quasi tutta la sua forza, per creare le avanguardie in grado di organizzare una risposta a quelle emergenze, lo ritengo un po’ miope.

Non perché quel pezzo potrebbe non essere utile, anzi. Ma perché immagino che ci sia bisogno di avere il coraggio di provare agenti capaci di sperimentare miscele nuove e, fatte salve le dovute eccezioni, non credo che nel Partito Democratico di oggi e di ieri, di quegli agenti ce ne siano molti in grado di catalizzare e innescare processi simili.

La seconda, se volete, è più banale: se il dissenso possibile è solo ripicca perché Renzi ha osato scalzare alcuni dal governo che praticavano felicemente nello stesso schema e per le medesime politiche, allora non so proprio come questo potrebbero essere utile alla costruzione di un’alternativa. Mi spiego meglio: come diavolo la costruisci una soggettualità politica in grado di essere realmente contro il sistema attuale con quelli che, fino al giorno prima, e pure nel seguente, se qualcuno gliene desse l’occasione, stavano tranquillamente in alleanza con gli esponenti della peggiore reazione che questo Paese ha conosciuto negli ultimi trent’anni?

Ci sono energie nel Pd in grado di dialogare con quel mondo fuori? Certo che sì, ma sono proprio quelle che al suo interno sono più marginali e numericamente meno importanti. Quelle che hanno sempre creduto nella necessità di non allontanarsi mai dai movimenti nella società, per poterla rappresentare al meglio, e quelli che non hanno mai confuso il vero primato della politica con la supremazia arrogante dei politici.

Si può immaginare un dialogo fra queste forze e quelle che, nell’universo della sinistra diffusa, da tempo hanno smesso di dialogare con la rappresentanza istituzionale? Immagino di sì. Soprattutto, guardando come stanno le dinamiche in campo, immagino che né le une, né le altre, abbiano qualcosa da perdere nel provarci. Pure nell’ipotesi che non si dovesse riuscire.

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