La carriola

Discutendo con due amici su un social network, situazione sempre un po’ strana quando le persone con cui ci si confronta le si conosce davvero, partendo da un articolo che tendeva a stigmatizzare le rivendicazioni degli statali in sciopero con la curiosa tesi per cui, in sintesi e letteralmente, quella protesta sarebbe stata “uno schiaffo in faccia a una marea di altre categorie di lavoratori” perché il loro “posto è comunque garantito” e “possono godere di benefici che molti non-statali non sanno nemmeno che significhino (per dirne solo uno, gli straordinari pagati)”, e tutto questo, ça va sans dire, per colpa principale e ultima dei sindacati, m’è tornata in mente una storiella che mi raccontava mio nonno: quella della carriola.

No, non la novella pirandelliana, un’altra meno letteraria: la storia di un operaio che tutti i lunedì sera, giorno di arrivo delle forniture, usciva dalla fabbrica portandosi via la paglia che veniva usata per imballare i pezzi che giungevano nell’opificio e che lo stabilimento buttava una volta aperte le casse. Con una carriola, appunto, tutte le settimane si portava un po’ di quel residuo d’imballaggio. Che c’entra questo con la polemica sui sindacati: beh, innanzitutto, perché lui, al sindacato, non era iscritto.

E poi, non so, ma m’è venuta quell’associazione di idee. Sapete, a volte la mente fa collegamenti involontari, e forse questo è uno di quelli. Sta di fatto che da lì ho pensato che sì, magari non hanno torto loro, e magari i dipendenti pubblici sono davvero privilegiati. Insomma, che diamine, con migliaia e migliaia, milioni di disoccupati e precari, loro che hanno un lavoro vorrebbero anche il rinnovo del contratto.

Certo, se il gioco è quello, anche i precari hanno poco da lamentarsi, perché ci sono i disoccupati, e questi ultimi, in fin dei conti, in Italia mangiano ancora, mentre nel mondo ci sono circa un miliardo di persone che non ha nulla con cui riempirsi lo stomaco. Però, dai, non sottilizziamo: il dipendente del catasto, l’insegnante, il portantino dell’ospedale, sono super fortunati, vorrebbero pure lamentarsi?

Dei sindacati, poi, non parliamone. Quasi, quasi, forse hanno ragione quelli che vorrebbero chiuderli, abolirli. Il mondo cambia e loro si ostinano a pensare che si possano tutelare privilegi assurdi, come la certezza d’un reddito di mille, mille e duecento, addirittura mille e cinquecento euro al mese: ragazzi, il posto fisso non esiste più, fatevene una ragione, e gli stipendi dei lavoratori pubblici non sono bassi, state sereni. E se lo afferma uno che al polso porta orologi che valgono quanto un anno del vostro lavoro, fidatevi: se si parla di soldi, sa quel che dice.

Io, davvero, li chiuderei i sindacati, come farei saltare tutti gli altri corpi sociali intermedi: non servono, bastano il leader e i suoi tweet. Sinceramente, sarei curioso anche di verificare l’effetto che farebbe. Che so, ti serve un aumento salariale? Basta con le trattative di comparto e i contratti collettivi; vai dal padrone, pardon, dall’imprenditore e te lo fai concedere. Ognuno con le qualità e le capacità che possiede. E dove tratti col padrone, aridaje, con l’imprenditore? Dove capita o dove riesci: sul posto di lavoro, al bar, sotto casa sua…

E già, perché anche quello poi sarebbe legittimo. Cioè, se eliminiamo tutti i modi per organizzare la forza della rivendicazione, rimane solo il rapporto uno a uno. Solo che, in quella solitudine, se la capacità individuale o l’espediente che il singolo trova non bastano, non rimane che la violenza o l’inganno, che sono l’unica modo in cui l’individuo può, solitariamente, rapportarsi a fenomeni ed entità che rischiano di schiacciarlo e che sono infinitamente più grandi e potenti di lui.

In fondo, diciamocelo francamente, la concertazione deve pur finire: un po’ di sana conflittualità, una vera e dura contrapposizione, un cambiamento violento, come lo vuole il nostro amato premier, dei rapporti fra le parti, può servire davvero a cambiare verso. Vi serve qualcosa? Cercate di averlo come potete, competete e concorrete con le vostre possibilità e col vostro mestiere, con le buone, se si può, o con le cattive, se ci riuscite. Ognuno pensi per sé.

Ah già, l’uomo con la carriola: che c’entra? Bene, quella storia è di prima dello Statuto dei lavoratori, quando, se ce li avevi, i telefoni andavano a gettoni. Bene, quell’uomo provò a ottenere dal suo padrone (no, stavolta non è un errore, quello era proprio un padrone) un aumento salariale, che coprisse almeno le ore in più che ogni mese, comunque, gli capitava di fare. Ovviamente, non l’ottenne.

Il mese successivo ci provò ancora; nulla. E così il seguente. Alla fine, rinunciò. Dopo qualche tempo, il lavoratore chiese se poteva portar via la paglia che, ogni settimana, scartava dai pezzi che arrivano in fabbrica. “Per farne cosa?”, chiese il padrone. “Mio fratello ci aggiusta le sedie”. “Ma è paglia scadente, che se ne fa?”. “Son scadenti anche le sedie dei poveri”. “Fa pure”, disse il proprietario, “mi togli roba da smaltire”. L’operaio se ne andò ringraziando, e avvisò il guardiano dell’accordo col padrone perché non pensasse che rubasse la paglia.

Così, da quel giorno, tutti i lunedì sera, usciva con la sua carriola carica di paglia. Dopo anni, incontrò in una cantina il vecchio guardiano. Si salutarono e il custode non resistette alla curiosità: “va bene, avevi il permesso del capo, è per me era tutto a posto. Però, una cosa non te l’ho mai chiesta. Dimmi la verità, ora che non lavoriamo più lì e il padrone è morto, che ci facevi con quella paglia?”. “La paglia? La gettavo nel canale appena girato l’angolo”. “Ma allora perché…”. “Per le carriole. Vendendole, ogni settimana, guadagnavo il doppio dell’aumento che avevo chiesto e non avuto”.

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