La dicotomia antropologica

Ieri sera, a Savigliano, in provincia di Cuneo, nel corso della festa del Pd locale, si è tenuto un incontro pubblico per parlare della riforma del lavoro proposta dal Governo a cui è intervenuto il ministro Giuliano Poletti. All’esterno dalla sala, un presidio di lavoratori e pensionati della Cgil e di esponenti di altre forze politiche della sinistra, che contestavano le scelte dell’Esecutivo. Dentro, fuori, fuori, dentro: linguaggi diversi, sentimenti diversi, abiti diversi; una dicotomia quasi antropologica.

Eppure, quei rappresentanti al tavolo e quei rappresentati in strada avrebbero dovuto essere due capi della stessa tradizione, cultura e parte politica. Così non era, così è sempre meno. Si assiste (assisto?) a una separazione sempre più netta fra quei due mondi, che diventa incomunicabilità. Il rifiuto dei manifestanti di Savigliano a partecipare al dibattito durante l’incontro è stato il fenomeno migliore di tale impossibilità a trovare le parole comuni per descrivere visioni, forse irrimediabilmente, differenti e divergenti.

In conclusione del suo intervento, dopo aver fatto il solito appello alla necessità della fiducia per uscire dalla crisi e all’alleanza necessaria fra lavoratori e imprenditori, sorta di versione da bar dell’apologo di Menenio Agrippa, il ministro s’è concesso una battuta: “ho 20 anni e 20 chili in più di Matteo Renzi. Forse i miei venti chili non peseranno sulle decisioni future, ma i miei vent’anni di esperienza in più sì. Ho vissuto quegli anni di lavoro e lo conosco bene, ma è giunto il momento di riformare la nostra ormai vecchia cultura del lavoro”. Bell’immagine. Ma Poletti ha anche una ventina di mila euro di reddito mensile in più rispetto a quelli che lo contestavano, e magari sono anche questi a pesare sulle sue opinioni circa la direzione da dare, al verso in cui modificare la “nostra ormai vecchia cultura del lavoro”.

Perché quella che sempre più avverto è una frattura anche di censo. Nel corteo della manifestazione del 25 ottobre, e nel pullman verso Roma, condividevo con quelle persone orizzonti, aspettative e stili di vita, in una parola, un sentimento di comunanza; con i rappresentanti del nuovo Pd, del principale partito che in Italia si richiama anche ai valori del socialismo, tanto da aderire al Pse, perfettamente sintetizzati nel popolo e nel parterre presente alla Leopolda in quelle stesse ore, non sempre, anzi, quasi mai.

Certo, quello di Renzi non è il partito dei ricchi, e lo votano anche molti che ricchi non lo sono affatto, e simili aspetti di ceto esistevano già prima del suo arrivo. Sì, ma avveniva pure col partito di Berlusconi, e prima quegli stessi aspetti nel Pd non erano egemoni. Ma soprattutto, è l’immaginario collettivo, l’orizzonte culturale e l’apparato retorico che usa il leader democratico e i suoi sostenitori delle prime e delle ultime ore a farne una soggettività della rappresentanza politica irrimediabilmente lontana dalla rappresentatività necessaria per contenere le istanze di quelli che le protestano contro pur provenendo dalle stesse tradizioni e culture a cui essa si richiama.

La divisione dai sindacati e gli applausi che l’attuale Pd vicendevolmente scambia con Confindustria sono, in questo senso, emblematici della Weltanschauung renziana: si oppone alla rappresentanza di un mondo del lavoro che si percepisce, come stato e proiezione, da una sola parte, si allea con la rappresentanza della parte più forte e ricca della società, puntando a coinvolgere in un sogno di crescita individuale tutti coloro che in questo credono o vogliono credere per aver qualcosa da condividere e non sentirsi messi ai margini.

Non più eguaglianza, redistribuzione, inclusione, ma esclusività, successo, opportunità. Il mondo è per i più bravi e i più capaci, agli altri, se vogliono, la speranza di essere fra questi, fra gli invitati paganti in cene a migliaia di euro: l’esatto contrario di quel che mosse e anima ancora l’idea di una società più libera e più giusta.

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