E allora, andiamo avanti

Se Matteo Renzi ha imposto qualcosa a questa stagione dei rapporti fra politica e forze sociali, è la mutazione profonda dei tempi e dei modi del confronto. Un risultato del segretario del Pd, certo, ma anche un limite alle possibilità di trovare un accordo. Così come lo è l’indisponibilità a qualsiasi mediazione o trattativa, raccolta nel concetto più volte espresso dallo stesso premier: “noi andiamo avanti e non indietreggiamo di un millimetro”. Posizione che, se dall’altra parte trova pari rigidità, non può che cristallizzarsi in uno scontro.

Ciò che sta succedendo fra Governo e sindacati è proprio questo: dinanzi a un Esecutivo che non intende minimamente recedere dai suoi propositi, gli interlocutori non possono che prenderne atto e agire di conseguenze, rimanendo, però, la soluzione di questa inconciliabilità delle posizioni, sempre più lontana dall’essere raggiunta. Lo sciopero generale di cui l’altro ieri ha parlato Maurizio Landini, e che già la leader della Cgil Susanna Camusso aveva messo fra le ipotesi nell’intervento conclusivo della manifestazione a piazza San Giovanni, non è che un fenomeno, forse quello politicamente più significativo, della nuova era di relazioni inauguratasi per espressa volontà del presidente del Consiglio.

Già nel corso del mese di novembre, la Fiom preparerà un percorso di avvicinamento a quello sciopero di tutte le categorie con un astensione di 8 ore del settore metalmeccanico e due manifestazioni, il 14 a Milano e il 21 a Napoli, e con un continuo contributo nel costruire la piattaforma per una mobilitazione più ampia.

È quasi come se, dal venticinque ottobre scorso, si fosse messa in cammino, nella società se non ancora nella politica istituzionale, una vera forza di contrapposizione alle politiche del Governo, e all’ideologia totalizzante che lo e le sostiene. Ovviamente, desta curiosità il fatto che ciò avvenga partendo dai sindacati e contro un Esecutivo sostenuto dal principale partito che, ancora, si dice di sinistra, come è preoccupante la considerazione che, così come oggi le cose si presentano, quel movimento non abbia, né sembra poter avere a breve, rappresentatività politica in una forza organizzata o nelle istituzioni, con una rappresentanza parlamentare adeguata all’importanza delle richieste.

Un problema che si scarica assolutamente e tutto sul corpo politico di maggioranza e di governo, non perché lo scelga volontariamente come controparte diretta, ma perché non trova altra strada che non sia in quella contrapposizione, proprio per il divenire totalizzanti, o della Nazione, di quelle scelte e di quelle politiche.

Insomma, la profezia dell’assenza di altre possibilità si è auto-avverata, e quei profeti ora ne portano la responsabilità assoluta e totale, qualunque giudizio a questa si voglia dare. E quel non-ci-sono-alternative sostanziatosi in un Governo sempre più egemone è ciò sul quale si caricano, direttamente e disintermediatamente, visto che tale è la via ricercata, le aspettative, e contro il quale si scontrano le rivendicazioni.

Se questo soggetto esclusivo di quella che viene concepita come la sola possibile espressione politica si erge a baluardo non trattabile, perché “non arretra di un millimetro”, anche quelle rivendicazioni e speranze non possono che progredire e avanzare.

E allora, andiamo avanti. E se la direzione è un’altra rispetto a quella impressa da chi governa e decide, ci sarà lo scontro, unico sbocco per chi non è disponibile a mediare. Come dire: non ci sono alternative.

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