Se il partito è della Nazione, allora non è il mio

No, non perché io non sia nazionalista. Non solamente per quello, almeno; a me, socialista, quello che da sempre interessa è la prospettiva dell’Internazionale, più che le pratiche di un partito della Nazione.

E poi, a dirla proprio tutta, suona anche un po’ male alle mie orecchie, non quale realtà “di sinistra”, ma come una cosa “sinistra”, già sentita e con accenti e pieghe tutt’altro che rassicuranti. L’idea che possa esserci un soggetto in grado di rappresentare tutti è l’idea che tutti siano rappresentabili allo stesso modo. Non è democrazia; al massimo è omologazione.

Io continuo a pensare che nella società esistano delle parti, e che queste siano, per interessi e per fini, contrapposte fra di loro. Ecco perché servono i partiti: proprio a rappresentare quelle parti. Se mirano a rappresentare il tutto, non sono “partiti”, ma una cosa diversa.

Il rischio che corriamo è sotto gli occhi di tutti quelli che vogliano vederlo: quello di un partito che diviene unico e possibile mezzo per arrivare al governo (direi “potere”, se non volessi apparire minoritario per vocazione), e che quindi più che Nazione si fa Stato, inteso come organismo istituzionalmente complesso e articolato per la gestione della cosa pubblica. In quel caso, ovviamente, diventa fisiologico il correre in suo soccorso da parte di tutti quelli che prima correvano a soccorrere altri e che dopo lo faranno con altri ancora, sempre alla ricerca di quella via per fare politica, concepita come attività professionale della rappresentanza e della gestione.

Inoltre, francamente, mi chiedo: che senso ha un partito della Nazione? A chi si contrapporrebbe? Di quali altri soggetti sarebbe controparte? Chi potrebbe, nella medesima nazione, opporti al suo partito? I disertori? Gli antipatriottici? Davvero vogliamo uno scenario in cui le uniche possibilità di rapportarsi alla politica siano quelle, per usare le categorie echiane, di farsi integrati o apocalittici?

A me interessa la partecipazione per la contendibilità dei modelli di governo e di società, non la scalabilità dei posti nel governo o nelle società partecipate. Cosa succede, invece, se da un lato abbiamo un partito della Nazione, che rappresenta il tutto degli interessi rappresentabili all’interno del corpo sociale, e dall’altro forze antisistema, incapaci o indisponibili a divenire sistemiche, o residui di alternativa ormai velleitari per numeri e potenzialità? Che quello rimane l’unico modo per esser parte dello scenario della politica, che diviene, a sua volta, non confronto e competizione fra visioni di mondo contrapposte, ma accordo e concorrenza nell’unica possibilità possibile.

Uno scenario in cui, sinceramente, il far parte e contribuire, diviene inutile. Un po’ come nel modello statunitense, ma senza nemmeno la formale contrapposizione fra due competitor, ridotta al massimo a quella fra più correnti all’interno dello stesso contenitore.

Certo, la garanzia della piena democraticità del sistema non attiene alle competenze e ai compiti di una singola forza politica, che (giustamente, dal suo punto di vista) mira a farsi egemone e vincente. Un po’ come le singole aziende nel libero mercato: non mirano a tutelare i principi della concorrenza, ma puntano a essere la sola presente in un settore, o almeno l’unica leader.

Il Pd oggi è già un po’ tutto questo: non ha rivali e c’è la buona probabilità che, continuando la destra a dissolversi alla ricerca di un capo e il M5S a distruggersi nella dissolvenza del capo, andando avanti ne avrà sempre di meno. Può davvero porsi come partito della Nazione, addirittura come unico campo in cui giocare tutti i destini politici e di governo.

Però io sto da una parte, non da tutte. E se il partito è della Nazione intera, allora non è il mio. E se il terreno della politica si sposta nella contendibilità del comando in quel partito, allora non è più praticabile per quelli come me. Dopotutto, il moderno assetto dei regimi democratici prevede sempre meno il coinvolgimento, anche elettorale, dei cittadini, e la politica si fa sempre più affare per eletti.

Perché, dunque, continuare a dare una mano a chi tutti i giorni ti spiega che sei superfluo e superato, e che di te e delle tue idee non sa che farsene, dato che il suo protagonismo e la sua presenza, in quel meccanismo chiuso, è sempre più imprescindibile?

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