La politica del “purchessia”

Ora, uno si chiede: ma come si può essere sempre in maggioranza? Nei parlamenti, nella società, nei partiti, com’è possibile che ci siano quelli che stanno sempre dalla parte dei più? Come si realizza questo fenomeno per cui si riesce sempre a stare dove sta la maggioranza, condividendone pure tesi e progetti, idee e ideali? Delle due, l’una: o quelle e questi sono sempre gli stessi, oppure sono coloro che sempre li condividono a non averne di propri?

Prendiamo il caso, ristretto, di quanto sta avvenendo nello scenario politico attuale. Tutti quelli che si dicevano fra di loro opposti, e che forse ancora si dicono tali, convivono tranquillamente e con pieno soddisfacimento in alleanze che vanno avanti da ormai tre anni, promettono di durare ancora a lungo, almeno fino al 2018, e si estendono a livelli e contesti sempre più ampi e diversificati, dal Parlamento europeo a quello nazionale, fino all’ultima delle province dell’impero.

Questa alleanza del “tutti insieme appassionatamente” avviene senza che nessuno (o così pochi che è come se fossero nessuno) ne avverta l’illogicità, o almeno l’incongruenza e l’incoerenza. Insomma, se nella rispettiva alternatività i relativi sostenitori ci credevano e ci credono, dovrebbero non credere in una così lunga e ripetuta compatibilità di visioni e prospettive. Se, invece, è in questa che non credono e non credevano, non capisco perché ancora usarla come tema politico ed elettorale, soprattutto se si ritiene che proprio l’elettorato abbia superato la dittatura delle ideologie e quindi, nella divisione in blocchi della società, non creda più.

A meno che, ma è uno scenario che tendo ad allontanare, la politica non venga intesa come qualcosa da fare “purchessia”. Cioè, un qualcosa che le medesime persone possono svolgere in qualsiasi situazione e in qualunque contesto: in alleanza con la destra o con la sinistra, perseguendo un disegno progressista o conservatore, lottando sui temi delle rivendicazioni sindacali o spendendosi per la difesa delle posizioni degli industriali e degli imprenditori.

Ma una logica così sarebbe possibile solo se gli esecutori della politica pratica, vale a dire quelli che praticamente mettono mano alla cosa pubblica, fossero portatori sani di pensiero politico, capaci, in un certo senso, di parlarne e di spiegarlo, senza esserne minimamente contagiati. Insomma, le donne e gli uomini che sono buoni sia per la stagione dell’alleanza che per quella dell’alternanza, dovrebbero non avere proprie visioni politiche definite, altrimenti queste, essendo per loro natura alternative e contrapposte fra loro, finirebbero per cozzare così tanto da essere non ricomponibili e conciliabili.

Certo, c’è sempre la possibilità che quella conciliazione e ricomposizione avvenga sul terreno del concretismo, vera e propria unica guida dell’agire politico attuale. Con il rischio, però, che guardata con un sano distacco, una simile pratica, proprio per la sua natura accomodante, rischi di apparire semplice opportunismo, ovvero come quella disposizione per cui “si fanno le cose che si possono fare nel momento in cui è capitato che si facciano, purché sia io a farle”.

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