Questione di fiducia

Secondo me, non è tanto che i parlamentari non riescano a decidere chi votare per la Corte Costituzionale perché si impallinano vicendevolmente i candidati. Credo, invece, che sia mancanza di abitudine a prendere delle decisioni, qualunque esse siano.

Per dire, se il Governo li deve portare per mano anche sul tema dei diritti civili, perché altrimenti loro, nemmeno su quelli, sarebbero da soli capaci di decidere, è chiaro che poi, quando tocca a loro scegliere, vadano nel pallone e non sappiano più cosa fare. Come per il presidente della Repubblica, che infatti si sono decisi a eleggere solo quando a esso era stato abbinato un chiaro impianto di governo con formula predefinita: voti uno, prendi due.

Formula stretta, impositiva e dura, quella per il Quirinale, al punto che, anche coloro che avevano levato alte grida scandalizzate e non avevano votato Marini per “paura di un accordo di governo con Berlusconi”, poi hanno votato Napolitano in buon ordine con la promessa di un accordo di governo con Berlusconi. In quel senso, c’è da riconoscerlo, i 101 son stati più coerenti: hanno affossato Prodi perché metteva a rischio la possibilità di un governo con quello di Arcore, e hanno gioito alla rielezione del presidente uscente, che proprio tale intesa, in largo e in lungo, andava promuovendo.

In questa teoria di non scelte fatte dal Parlamento, la fiducia chiesta da Renzi al Senato, e che forse chiederà pure alla Camera, sulla delega in materia di lavoro, tanto chiara da essere in bianco, è solo l’ultimo e più esemplificativo effetto. Lo spettacolo è quello a cui assistiamo quasi tutti i giorni: i rappresentanti del popolo dipinti come politici che “perdono tempo per non perdere la poltrona” e ai quali un governo-padre impone cosa votare, se non si va a tutti a casa, e un presidente-nonno prescrive i comportamenti da tenere, altrimenti non esiterà a trarne le conclusioni.

Alla fine, il sospetto è che i giudici della Consulta di nomina parlamentare non servano affatto. Per una duplice considerazione. La prima, banalmente, perché se servissero e fossero importanti, non si perderebbe tanto tempo per deciderne i componenti ma, dinanzi al blocco sui nomi per ragioni politiche, e stante la necessità di procedere alla loro individuazione, si opterebbe, dopo un numero ragionevole di votazioni a vuoto, per candidati con profili tecnici e inattaccabili. Come dire, se servono, servono, se si può rinviarne la nomina sine die, allora vuol dire che non è così necessario eleggerli.

La seconda considerazione, apparentemente più cinica, è che se servissero realmente, non li lascerebbero votare al Parlamento senza una regia forte e impositiva, come è stato in tutte le cose di una certa importanza decise fino a oggi.

Ripeto, solo apparentemente è una considerazione cinica. Perché non è che non pensi sia centrale il ruolo delle Camere nel nostro sistema; è che col ricorso sistematico alla cessione delle loro prerogative a favore del carisma del capo del Governo o dello Stato, comincio a credere un po’ meno che questo ruolo sia centrale per gli attuali parlamentari.

Come dire: è una questione di fiducia.

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