Non solo “rapporti di lavoro”

Siamo in crisi, c’è la disoccupazione, bisogna far ripartire l’economia e la crescita. Va da sé che qualche sacrificio sia indispensabile, che sia necessario rinunciare a qualcosa, che ognuno debba mettere in conto la fatica di dare il proprio contributo. Anche in tema di tutele, garanzie e diritti sul lavoro.

È questo quello che ci spiegano ormai da anni. Per far ripartire l’occupazione, bisogna rinunciare alle troppe rigidità del mercato del lavoro; non è pensabile portare le forme organizzative del secolo scorso nel mondo futuro che dovremo costruire.

Forse. O forse no. Perché, parlando di lavoro, quelle di cui discutiamo non sono semplici clausole contrattuali, norme organizzative o accordi fra le parti. Infatti, si chiamano “diritti”, non commi, articoli, paragrafi. E si chiamano così, perché lo sono.

Il pieno riconoscimento del lavoratore e delle sua dimensione di cittadinanza nel lavoro, non è un dettaglio della regolazione mercatista dei rapporti di produzione. Esso è nettamente connesso con il concetto stesso di cittadinanza in senso lato. Per questo motivo, la nostra Costituzione pone nel lavoro il principio fondante della stessa Repubblica: perché esso è la cifra del contributo del singolo alla cosa pubblica, la forma del suo essere sociale, la dimensione della sua partecipazione.

Non sto dicendo che la legislazione del lavoro sia un testo sacro e intoccabile; ma non si può considerarla alla stregua di un semplice regolamentario di procedure pattizie. L’idea che sta passando, invece, è che quelle sul lavoro siano norme come le altre, e che i diritti dei lavoratori siano delle variabili dipendenti dalla situazione economica.

In questo modo, però, essi smettono di essere tali, dei diritti appunto, ma divengono delle concessioni, elargite durante i periodi di grassa, ma potenzialmente ritirabili, comprimibili, emendabili durante quelli di magra. Sarebbe fondata sul lavoro la nostra istituzione principale, se ai principi di questo fosse possibile derogare in base all’andamento degli indici economici?

Eppure, è quanto si sta facendo. E, cosa peggiore, è quanto sta facendo il principale partito erede di quella tradizione che proprio sulla civiltà del lavoro si fondava. In questo, la discussione sull’articolo 18 dello Statuto del lavoratori è emblematica. Soprattutto perché parte da un assunto, quello che non tutti i lavoratori ne siano tutelati, per arrivare a una conclusione che, se non fosse drammatica, sarebbe comica: quindi, aboliamolo anche per quelli che ne sono protetti.

Ma che razza di ragionamento è? Quell’articolo nasce per tutelare il lavoratore in caso di licenziamento senza giusta causa, e prevede, proprio per contrastare l’arbitrarietà del provvedimento del datore di lavoro, la possibilità del reintegro disposto dal giudice che dovesse accertarne l’abuso. L’idea di non pochi esponenti del Governo e della maggioranza che lo sostiene, e anche di alcuni all’interno del Pd (addirittura del suo segretario, se sono vere le indiscrezioni di stampa sulla volontà dello stesso Renzi di procedere al suo superamento attraverso un decreto e considerato l’emendamento alla legge delega sul Jobs Act per presentato dall’esecutivo per i neo assunti), è che si debba abrogare la possibilità di essere reintegrati, prevedendo, al massimo, una forma di indennizzo. In questo modo, mettendo in conto l’eventuale prezzo della multa, un datore di lavoro potrebbe anche procedere a licenziamenti totalmente discriminatori.

Immaginate il potere a cui i lavoratori sarebbero sottoposti? Avremmo la barbarie dei rapporti di forza, che d’altronde è tutto quello che rimane quando si supera la civiltà dei diritti. Facendo di questi delle elargizioni o, nella migliore delle ipotesi, delle condizioni contrattuali, si riduce uno dei fondamenti della nostra democrazia a una condizione concessa, octroyée, come le costituzioni ottocentesche, come uno Statuto, sì, ma non dei lavoratori, Albertino: quelle venivano allora dalla volontà dei sovrani, queste dal volere dei signori del mercato, dei padroni del denaro, dei potenti del mondo di oggi.

Non a caso, sono proprio questi coloro che una simile deriva stanno sostenendo e spingendo, trovando, probabilmente anche al di là delle loro aspettative, proprio a sinistra la mano che realizzerà i loro progetti.

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