De l’altre “iniquità” ch’i’ v’ho scorte

Nell’anno 1014, l’impero di Bisanzio era ancora all’apice della sua epopea, i Normanni non avevano ancora invaso l’Inghilterra e l’aratro pesante non si era ancora affermato fra le tecnologie agricole. Considerando l’ammontare del salario odierno medio, se un lavoratore avesse cominciato a risparmiare tutti i suoi soldi a quell’epoca e ininterrottamente fino a oggi, non avrebbe ancora messo da parte quanto è stato riconosciuto a Luca Cordero di Montezemolo quale buonuscita dalla Ferrari.

Ecco, se si cercasse una misura dell’iniquità, questa potrebbe essere abbastanza significativa, credo. Come lo sarebbe il fatto che, ad esempio, in questo Paese i giovani e le menti migliori debbano andare via per cercare la loro fortuna, mentre tasche collegate a cervelli come quelli di Razzi e Scilipoti, traggono le loro fortune dal fatto di essere nel novero di coloro che fanno le leggi deputate a risolvere problemi come quello della disoccupazione giovanile e intellettuale.

O ancora, che impiegati a mille euro al mese siano accusati d’essere fannulloni da chi, per salari quindici volte superiori, non ha mai fatto nulla di verificabile per il bene di qualunque altro che non fosse se stesso. Oppure, che in questi anni di crisi si siano contratte tutte le retribuzioni e i redditi, tranne quelli di chi ha fatto le leggi per contrarle, e che chi pone in discussione temi come questo sia accusato di qualunquismo e demagogia, mentre quella contrazione è vista come razionalizzazione e ammodernamento.

Invece, il nostro presidente del Consiglio dei Ministri ritiene che iniquo sia il mercato del lavoro, perché, a suo dire, produrrebbe lavoratori di “serie A” e lavoratori di “serie B”, determinando una vera “apartheid” dei secondi rispetto ai primi. Certo, difronte a una disparità di diritti, un politico democratico deve impegnarsi per risolverla. Ma il problema è il “come”, cioè se la sua azione miri a estendere quelli dei primi anche ai secondi, o tenda, praticando una malintesa eguaglianza a ribasso, a toglierli a tutti, come se, per rimanere sulla triste e dura similitudine con la tragedia sudafricana usata da Renzi, per risolvere la disparità fra bianchi e neri, Mandela avesse chiesto la cancellazione dei diritti civili pure per i cittadini di origine europea.

Perché è proprio quel “come” che qualifica l’azione politica e la connota, le dà il verso, la definisce di destra o di sinistra. Mentre qui le parti si sono ribaltate, e a distruggere tutte le conquiste nella scala sociale fatte dai lavoratori grazie a quel movimento nato per l’uguaglianza nel progresso, sono proprio gli eredi di questa tradizione, spingendo a ridiscendere quei gradini nell’inseguimento di una parità praticata su quello più basso, quasi che, dopo non esser stati capaci per anni di arginare il precariato, oggi si veda nella sua generalizzazione l’orizzonte dell’essere uguali.

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