Credevamo fosse un valore, invece…

Ho sbagliato, abbiamo sbagliato. Abbiamo sbagliato nel 2002 a scendere in piazza, a partire dai paesi e dalla altre città per essere a Roma, al Circo Massimo, a dire, con Sergio Cofferati, a chi sosteneva che superando l’articolo 18 si sarebbero create nuove occasioni di lavoro che “non c’è nessun rapporto, non c’è mai stato, tra la possibilità per un’impresa di licenziare senza una ragione e la possibilità per la stessa impresa di assumere delle persone”, e che, rispetto alla disparità di trattamento dei lavoratori noi volevamo “estendere i diritti, per i nuovi lavori e per i tanti giovani che oggi non hanno né tutele né diritti riconosciuti”.

Abbiamo sbagliato, di nuovo nel 2010, a contestare, con Anna Finocchiaro, le scelte fatte dal governo Berlusconi, accusandolo del fatto che, per affrontare la crisi, esso non stava cercando misure efficaci ma tentando di “trovare nuovi strumenti che colpiscano i diritti minimi di chi, magari a fatica, conserva ancora un posto di lavoro”.

Abbiamo sbagliato, ancora nel 2013, a presentarci all’elettorato con un programma politico che parlava di “contrastare la precarietà, rovesciando le scelte della destra nell’ultimo decennio e in particolare l’idea di una competitività al ribasso del nostro apparato produttivo, quasi che, rimasti orfani della vecchia pratica che svalutava la moneta, la risposta potesse stare nella svalutazione e svalorizzazione del lavoro”, e di “spezzare la spirale perversa tra bassa produttività e compressione dei salari e dei diritti”.

Abbiamo sbagliato, perché, evidentemente, aveva ragione Sacconi, che non a caso è il presidente della Commissione lavoro al Senato, espressione della maggioranza di cui facciamo parte. E aveva ragione Maroni, quando da ministro del lavoro guidò il tentativo di snaturare e superare lo Statuto dei Lavoratori. E aveva ragione Brunetta, nell’affermare che le tutele per i padri costituiscono un freno alle possibilità di lavoro per i figli.

Avevano ragione loro, perché altrimenti non si spiegherebbe per quale motivo il segretario dello stesso Pd che le ragioni della difesa di quello Statuto sosteneva, dica oggi che bisogna superare quelle “rigidità della sinistra non disponibile al cambiamento” in tema di garanzie per i lavoratori. Non si spiegherebbe perché il capo del Governo sostenuto da quello stesso partito, dica che è disposto a intervenire anche per decreto, se quei cambiamenti in quel verso non avverranno. E non si spiegherebbe perché Renzi definisca iniquo il diritto del lavoro, reo di determinare delle disparità superabili solo eliminando le tutele per quelli che sono più garantiti.

Credevamo che la possibilità di reintegro per i licenziati senza giusta causa fosse un diritto, un valore da difendere, un principio di civiltà per limitare le possibilità di ricatto sui lavoratori. Invece no, era solo una piccola questione, monetizzabile come altre e, come altre, elettoralmente monetizzata da quanti pure sulla sua difesa a parole hanno costruito le loro carriere politiche.

Abbiamo sbagliato a crederlo. O forse, abbiamo solamente sbagliato a credere in quelli che dicevano di crederci.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento