Che spettacolo?

“Lo spettacolo”, scrive Guy Debord, “non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini”. E aggiunge che esso è la natura stessa della nostra società. Infatti, l’organizzazione sociale che “riposa sull’industria moderna non è fortuitamente o superficialmente spettacolare, è fondamentalmente spettacolista”, e lo spettacolo “si presenta nello stesso tempo come la società stessa, come una parte della società, e come strumento di unificazione”.

Strumento di unificazione: definizione crudele, almeno quanto veritiera. M’è ricapitato fra le mani La società dello spettacolo, che non prendevo forse dai tempi della tesi. E come lo stesso autore nel ritornare sul suo testo con i Commentari fu stupito dall’accelerazione dei fenomeni che descriveva vent’anni prima, sono stato rapito dalla sagacia del filosofo che già negli anni ’60 del secolo ormai passato aveva colto molte delle peculiarità dei tempi moderni.

Fra queste, la natura e il ruolo dello spettacolo che diviene realtà a sé stante, settore separato, “il luogo dell’inganno dello sguardo e il centro della falsa coscienza”, che domina sul resto della società semplicemente perché non è altro che l’economia, il prodotto della continua e costante mercificazione della vita moderna, la piena affermazione della natura consumistica del capitalismo che conduce alla reificazione dell’intero esistente. Un’economia che diventa autonoma da tutti gli altri aspetti del vivere umano, che questi determina assoggettandoli.

Aggiunge Debord, proprio nei Commentari sulla società dello spettacolo, che questo può essere inteso anche come “il regno autoritario dell’economia mercantile, elevato a uno statuto di sovranità irresponsabile”, per poi aggiungere che lo stesso è anche “l’insieme delle nuove tecniche di governo che accompagnano tale regno”.

In pratica, la società parcellizzata e divisa, frammentata, dove un aspetto, quello dell’economia, governa tutti gli altri, riacquisisce quell’unità persa nel piano del reale su quello delle immagini. E cosa mostrano queste? Che tipo di spettacolo allestiscono? Che rappresentazione mettono in scena? Quella di tutto ciò che manca nella vita vissuta dagli individui divenuti spettatori.

La natura stessa dell’alienazione muta radicalmente rispetto alla definizione classica nel concetto marxiano, essa non si esprime più come passaggio dalla dimensione dell’essere a quella dell’avere; nel capitalismo spettacolare, questa è il risultato della transizione dall’avere all’apparire.

Fin qui Debord, che scriveva prima delle file davanti ai negozi d’elettronica per l’uscita dell’ultimo modello di telefonino, in piena crisi occupazionale e nella più forte contrazione dei redditi disponibili per le famiglie dell’ultimo trentennio.

Oggi le sue previsione s’avverano, se possibile, peggiorativamente. Lo spettacolo strumento di unificazione, diventa non solo tecnica di governo, ma fine dell’azione dei governanti e metro con cui gli stessi vengono valutati dai governati. L’immaginazione non è andata al potere, ma questo s’è fatto immagine pura, di sé e del proprio apparire.

La manifestazione del potere, diviene così l’immagine di ciò che manca per eccellenza: l’affermazione di sé. Lungi dal sollevare sentimenti di ripulsione di massa, questo sperpero di presenza spettacolarizzato, assume i caratteri dell’identificazione collettiva. Ci si immagina parte di quel potere per il solo fatto che esso, apparendo, pare avvicinarsi a chi non ne ha, e questa sua natura per immagini, spettacolare, appunto, prende i connotati della democrazia e della possibilità di partecipare.

In ciò, anche le stesse figure dei potenti si inseriscono e s’incamminano su simili binari, andando a essere percepite più vicine a coloro che governano e dominano quanto più mostrano spettacolarmente il proprio potere, quanto più solleticano l’identificazione attraverso i meccanismi dell’apparire.

La seconda alienazione è così più preoccupante della prima, non legata solo all’essenza, Wesen, dice Marx, dell’uomo-produttore, ma al Dasein, per rimanere ai classici, in ordine, Kant, Hegel e Heidegger, all’esistenza stessa, all’essere-nel-mondo, determinato, dell’uomo in quanto tale.

Insomma, un’alienazione che pare, e forse è, davvero irreversibile, più profonda, definitiva, quasi fosse davvero quella mutazione antropologica dell’essere umano moderno di cui, grosso modo negli stessi anni dell’analisi di Debord sulla società spettacolarizzata e dei consumi, e proprio nei sintomi di questa, Pasolini scorgeva i prodromi.

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