Un’altra ultima chance. Di nuovo

Ora sono “le riforme”, ma prima era il governo Letta, preceduto dalla rielezione di Napolitano e, tempo addietro, dal fiscal compact e dal governo Monti, dal voto sulla “riforma Fornero” del lavoro, e da quello sulla “riforma Poletti” del lavoro, da quello sulla riforma delle pensioni, e ancora, e ancora, e ancora.

Insomma, pare proprio che di ultime chances, nella politica italiana, non ne manchino mai. C’è sempre un voto, un governo, una riforma annunciata come l’estremo limite oltre il quale sarebbe “pianto e stridore di denti”. Salvo poi scoprire che era, almeno, la penultima occasione.

Prendete il governo Monti: ricordate i tanti cori millenaristi sulla fine del sistema Paese se l’esecutivo dei professori avesse fallito? Bene, ora gli stessi cantori di quelle profezie, dicono che Monti e i suoi hanno fallito e meno male che ce ne siamo liberati (dimenticando di aggiungere che, nel frattempo, tutte le misure fatte da questi le hanno votate e approvate senza frapporre indugi).

E ricordate Letta e il come si arrivò alle larghe intese? L’isteria collettiva sulle votazioni per il Colle? E la fine annunciata di ogni stabilità e sicurezza se non si fosse trovato l’accordo fra le forze politiche responsabili, patto che si sarebbe potuto reggere solo con lui a Palazzo Chigi? Oggi, molti di coloro che sostenevano quella tesi, sostengono chi proprio Letta ha fatto fuori in meno del tempo necessario a pronunciare la parola “primarie” e non lo ritiene adatto nemmeno a rappresentare l’Italia nella Commissione europea.

E il riequilibrio di bilancio, il rigore dei conti fatto sulle spalle di pensionati e lavoratori, le restrizioni agli investimenti votate insieme con le misure di austerity? Erano ciò da cui nessun politico o governante poteva prescindere, sono state votate tutte al volo e da una maggioranza eccezionalmente numerosa, tanto da poter cambiare la Costituzione senza colpo ferire, perché, altrimenti, saremmo stati sopraffatti dai gorghi del Maelstrom. Adesso, trovarne uno che difenda quelle scelte, o che ricordi d’averle supportate, è più difficile che centrare tre cinquine di fila in altrettante estrazioni consequenziali.

L’ultima chance attuale è rappresentata dal governo Renzi e dalla sue riforme. Quella del Senato e l’Italicum fra tutte, come è stato ricordato ieri in a Palazzo Madama dalla competente ministra. Ovviamente, ogni disoccupato non aspetta altro che smettere di dover votare per scegliere i senatori e tutti i precari faticano a prendere sonno, nell’attesa di conoscere se e come opteranno i deputati che non potrà preferire nel nuovo sistema elettorale, questo va da sé.

E certamente, dato che i problemi della Nazione sono colpa del malefico bicameralismo perfetto, appena superato questo, cioè comunque non prima della prossima legislatura, vale a dire nel 2018, secondo la road map dei novelli costituenti, tutto si risolverà: che sarà mai un’attesa di quattro anni, dinanzi alla Storia che queste Riforme scriveranno?

Così, tra una definitiva possibilità e un’opportunità conclusiva, la disoccupazione sale e i consumi scendono, il fatturato dell’industria cala mentre cresce il numero dei poveri, i giovani hanno ripreso a partire, anche i più preparati, e coloro che rimangono, guardano quelli che, spartendosi il potere in accordo con quanti questo stato di cose hanno determinato, sorridono al futuro e cantano “because I’m happy”.

E come potrebbero non esserlo. Almeno fino alla prossima ultima chance, ovvio.

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