Ha vinto lui

Questa volta, almeno, ci eviteremo la stucchevole tiritera sul “chi ha vinto le elezioni?”. Le ha vinte Renzi. Non ricordo altre volte in cui il primo abbia doppiato il secondo. Grillo minacciava tregenda, ma ha preso un voto su due rispetto a quelli raccolti dal presidente del Consiglio, e forse proprio per quelle minacce. Certo, 5 milioni di elettori che si augurano i processi pubblici, sebbene via web, non sono pochi e non rassicurano, ma il calo è vistoso rispetto allo scorso anno e, soprattutto, se paragonato alle ipotesi fatte dai sondaggisti.

Mi preoccupa la risalita della Lega, non mi stupisce la tenuta di Berlusconi, sono contento della scomparsa di Scelta Europea e del fatto che il Nuovo Centro Destra di Alfano unito con l’Udc di Casini abbia oggi più ministri che voti (questi ultimi due dati, magari, andrebbero tenuti in considerazione anche quando personaggi come Ichino e Sacconi impongono modifiche alla legislazione sul lavoro).

Sono felice, infine, per il risultato dell’Altra Europa con Tsipras; tutti gli indicatori davano quella lista sotto la soglia del quorum e le condizioni della campagna elettorale, schiacciata sul derby Grillo-Renzi, non li ha aiutati. Vorrei dire un grazie a questi eroici compagni e amici, per la speranza che ancora una volta sono riusciti a tenere alta.

Non voglio fare un’analisi del voto, perché è troppo presto e perché me ne mancano le competenze. Certo è che ha vinto Renzi, come dicevo, e, come ha giustamente notato la Serracchiani, questo voto legittima il Governo. Ha vinto lui e ha vinto la sua proposta, dimostrando che, dal punto di vista elettorale, avevano ragione gli entusiasti della sua affermazione al governo senza elezioni e del suo modo di fare politica, sprezzante e intollerante verso le minoranze interne e le differenze di opinioni, mentre i critici, come me, torto. Ha vinto lui, e con lui le sue proposte, dall’abolizione del Senato all’italicum, dall’attacco ai sindacati all’ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro introdotta con la “riforma Poletti”, dal pungo duro contro i gli occupanti abusivi di immobili vuoti fino all’idea che la democrazia sia, sostanzialmente, una forma di investitura di qualcuno a governare, non la ricerca della rappresentanza di qualcosa.

Ma come dicevo, non voglio fare un’analisi del voto. Ora le elezioni sono finite e il Parlamento europeo si avvia a una larga intesa fra Pse e Ppe; ma pure quella la vogliono gli elettori, anche europei, dato che quelli di coalizione fra socialisti e popolari in Italia e in Germania sono stati gli unici governi a essere premiati dal voto dei rispettivi elettori.

Voglio, invece, raccontarvi una storia. Un aneddoto dell’immediato dopoguerra, quando le parole di democrazia e libertà ritornavano a scaldare i cuori dopo gli anni bui del fascismo. Una vicenda delle mie parti, dove ieri è andato a votare solo un terzo degli aventi diritto, e non è astensione, ma proprio abbandono e disincanto.

Bene, in un paesino lucano, un ricco signore, grande proprietario terriero e titolare di diversi laboratori, si candidò per un partito alle elezioni comunali, con la quasi certezza che, se quella lista avesse avuto la maggioranza, e prendendo lui tanti voti, sarebbe diventato sindaco. All’apparenza d’idee progressiste, egli aprì immediatamente un confronto con i propri dipendenti, cercando di spiegare loro l’importanza di un sostegno al suo progetto di cambiamento, che poteva contare davvero sull’apporto di questi e, novità inaudita fino ad allora, di quello delle loro mogli, madri e sorelle. A quei lavoratori, all’inizio un po’ scettici, quasi non parve vero di poter contare qualcosa nel decidere chi sarebbe stato il sindaco del paese.

S’impegnarono quindi a convincere tutti i loro pari dell’importanza di quella scelta, girarono casa per casa, andarono a cercare i loro parenti e amici uno per uno, per spiegare loro e portarli sulle ragioni di quella battaglia. Fecero un grosso e grande lavoro. Certo, non potevano sapere che quella candidatura con quelle motivazioni, alcuni l’avevano decisa proprio per impedire che le forze popolari potessero vincere. Anzi, i lavoratori del ricco signore videro la possibilità concreta di essere determinanti proprio nella sua vittoria, senza disperdersi in cammini dal risultato più incerto. La perseguirono e furono davvero fondamentali per il risultato. Il partito del padrone vinse nettamente sul blocco del popolo (e come poteva essere diversamente, visto che parte del popolo era con lui), e lo indicò quale primo cittadino.

Fu una grande felicità per i suoi braccianti e i suoi operai; finalmente stavano dalla parte del vincente, loro, che non avevamo mai vinto e mai avevano pensato di poterlo fare, erano dalla parte giusta, dalla parte del potere.

Erano così felici, che il mattino, appresa la notizia, corsero sotto il portone del palazzo padronale per cantare la loro vittoria. “Abbiamo vinto”, gridavano, “abbiamo il sindaco”.

Il padrone uscì di casa. Ma non sorrideva, anzi. Guardava con aria torva quella folla festante sotto casa sua. “Che ci fate qua?”, disse con voce dura. “Siamo qui per festeggiare”, risposero, “abbiamo vinto”.

“Avete vinto voi?”, disse il signore. “E che cosa avreste vinto? Ho vinto io. E ora, di corsa, via da questa piazza e ritornate al lavoro, cafoni”.

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6 risposte a Ha vinto lui

  1. Elio Rostagno scrive:

    Ciao Rocco.
    HA VINTO IL PD!!!!!!

  2. hank bukowski scrive:

    Ultimamente alcuni “professoroni” avevano ipotizzato la fine certa di Berlusconi, ma non la fine del berlusconismo, che sarebbe sopravvissuto sotto altre forme. Però non si è trattato di una grande intuizione. E’ storia vecchia. Pure il fascismo non è finito con la fine di Mussolini. Così come il doroteismo democristiano non è morto con la Dc.
    E’ tradizione politica italiana (intuitiva e furbesca) quella di riconsolidare, all’incirca ogni ventennio, il blocco moderato intorno ad un nuovo partito nazional-popolare. Un partito né di destra né di sinistra, attento alle ragioni delle gerarchie vaticane, e a quelle del mondo industriale, clientelare quanto basta, e moderatamente lobbysta, duttile e flessibile verso i privilegi e i privilegiati, “caritatevole e misericordioso”, infine, verso i più deboli e i diseredati.
    Più che un partito, dunque, una miscela sapiente di equilibrismo politico, fatta di compromessi e di accomodamenti consociativi, dosati e amalgamati secondo le infallibili alchimie correntizie.
    Questa è, più o meno, la storia politica italiana, che si ripete uguale e diversa da almeno un secolo.
    Ora, è talmente evidente la continuità politica tra Renzismo e Berlusconismo, che gli elettori del centrodestra non si sono dovuti turare nemmeno il naso per votare Pd. Ovviamente non parlo delle baggianate, del burlesque, delle manie sadomaso o della vocazione a delinquere del cavaliere.
    Parlo, piuttosto, della continuità politico-programmatica liberista. E della similare investitura ufficiale fatta nei confronti di Renzi da parte di tutto il blocco economico-finanziario italiano e internazionale.
    Insomma, come in una staffetta, a me pare che il “testimone” è stato sfilato a Berlusconi e consegnato nelle mani di Renzi, l’unico che può, in questo momento, riprendere l’opera di ammodernamento neo-centrista e neo-liberista rimasta incompiuta, spazzando via (dalla politica, dal linguaggio e dalle istituzioni) ogni residuo riferimento ai valori e alle conquiste sociali della sinistra.
    Insomma, così io colgo il senso di queste elezioni.
    Tutto ciò comporterà lo sradicamento dello stato sociale, la liquefazione della comunità, la precarizzazione totale del lavoro e della vita, la sostituzione della solidarietà con il “merito”, la revisione delle carte costituzionali e quindi della democrazia, la privatizzazione di ogni bene e servizio, il controllo sociale attraverso le forze armate e di polizia, l’asservimento dello Stato e della Politica alle leggi e agli interessi del finanzcapitalismo post-moderno.
    Si tratta di un vero e proprio manifesto politico trainato dalla grande rivoluzione economica avvenuta con la globalizzazione e la finanziarizzazione del mercato. Ora si tratta solo di istituzionalizzare i cambiamenti già in atto riorganizzando lo Stato sul modello indicato dal mercato stesso. Una tendenza che va oltre i singoli interessi nazionali, che abbatte le barriere economiche e i confini statuali, ponendo al centro della contesa sociale non la persona, o il lavoro, o la democrazia, o il benessere collettivo, ma il “potere del denaro”, ovvero l’impero del denaro.
    Quindi, per finire, è assolutamente vero che ha vinto Renzi (non il Pd, che è davvero il primo partito liquido italiano). Ma con Renzi ha però vinto soprattutto la politica spettacolo, la personalizzazione, l’apparire, l’aristocrazia, e quindi il potere, inteso come il luogo del privilegio, della decisione, dell’accentramento, non più della democrazia e della partecipazione.
    L’ipotetica società globalmente ordinata, sottesa alla dittatura del “denaro”, comporta comunque il rischio di trasformarsi in una “global-cleptocrazia stabilmente instabile”, in cui la democrazia diretta, o dei diritti, sarà solo un ricordo.
    Infatti, quando da una “democrazia politica” si elimina la cultura democratica diffusa (tra i ceti e i cittadini) allora non si tratta più di democrazia, ma, come ha proposto di definirla Colin Crouch, di “postdemocrazia”.
    Perciò, francamente, mi appare non solo ridicolo l’entusiasmo di Renzi, ma addirittura patetico il cameratesco orgoglio del Pd, di fronte ad una vittoria non del popolo o della politica, ma dell’ideologia liberista, con tutto il suo bagaglio di modernità liquida (come la definisce Z. Bauman) esasperatamente individualizzata, privatizzata, incerta, flessibile, vulnerabile, nella quale a una libertà formale senza precedenti corrispondono vite precarie, gioie ambigue, passioni tristi, sogni infranti, speranze vuote.
    Mi verrebbe da dire….”è il super-capitalismo bellezza”…questa nuova mega macchina sociale ormai invadente, inafferabile, feroce, invisibile. Ma non voglio disturbare più di tanto le tue e le altrui certezze, troppo consolatorie e troppo dipendenti, haimè!, dall’inconsistenza politica del liquefatto Pd.
    Con stima e affetto. Hank.
    (PS: scusami, Rocco, per il ritardo, ma questo mio commento vale anche come risposta al tuo precedente invito. Mi dispiace, ma mi sembra che siamo molto distanti sia nelle analisi che negli intendimenti. Di nuovo, nel nuovo conformismo partitico, non c’è assolutamente nulla. Siamo ormai alla farsa).

  3. Rocco Olita scrive:

    Di ciò che hai scritto, molte cose le condivido, altre meno. Il mio “ha vinto lui” e la sua proposta non è un giudizio di valore ma una presa d’atto. Per il resto, ti posso rassicurare che non ho certezze da rassicurare, che, come sempre, mi reggo a funi di possibilità lievi, e che, però, non mi spaventa l’individualismo e la solitudine, intellettuale e non solo. Con reciproca stima.

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