Cantico dei cafoni

Noi siamo quelli seduti in disparte,
distanti dalla tavola del padrone,
perché pur se cambia, mai è per noi.

Quelli che a volte ci sono per sbaglio,
ma che intuisci dalla posa, dal disagio
l’essere fuori luogo al desco migliore.

Siamo quelli che studiano i campi
guardandoli scorrere via dai vetri
di treni che portan sempre lontano,

che ogni volta contemplano la terra
come per serbarne dentro il ricordo
quando gli occhi non ci arriveranno.

Noi siamo i bulloni stretti su un ferro,
l’acre sudore che ha bagnato il metallo
dei potenti motori delle auto dei ricchi.

Siamo le ombre chine sopra i terreni
degli altri e da altri goduti nei frutti,
ché son un lusso a cui non arriviamo.

I corpi venduti per un po’ di carbone,
nelle miniere del Belgio o di Francia,
e sepolti là sotto dimenticati da tutti.

La carne arsa in una ferriera a Torino
perché non valeva la somma dovuta
la loro salute, la loro sicurezza e vita.

Siamo il sangue sparso su altre terre,
l’accento nel pianto di madri di morti
per una patria che vivi chiama terroni.

Noi siamo pietre di fiume sommerse,
bagnate per secoli dall’acqua di altri,
nello scorrer d’una storia mai nostra,

ma, rimesse al caldo sole del tempo,
presto si asciugano, come se mai
dalle acque fossero state lambite.

Noi siamo quelli che han vinto il mito
delle catene raccontate come radici,
dell’idea della propria terra d’amare,

nella certezza che la terra è di chi l’ha
e nel dubbio serio, costante, ripetuto,
che l’amore debba essere ricambiato.

Eppure quelle catene una volta recise,
diventan radici nella terra che senza
cede alle frane e vinta si lascia crollare.

Noi siamo le foglie portate dal vento
per strade deserte che seppero vita,
siamo la luce tremula d’un lampione,

l’eco fra il vuoto di case lasciate sole,
il sicomoro che vince su muri cadenti,
i rovi che donano more a rosi recinti.

Siamo i miti silenti che sanno soffrire,
ma cedono a ire che volgono a morte
perché dalla morte traggono vigore,

e non san che quella come meta e fine.
Poi torna la quiete, torna il disincanto,
come sulle pietre tirate fuori dall’acqua.

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