Nell’epoca del mezzo voto

Un anno fa, dopo le Europee, lo scrissi senza girarci troppo intorno: aveva vinto lui. Lui era chiaramente Matteo Renzi, che non perse un attimo a rivendicare tutto per sé quel 40,8%, con tanto di gigantografia numerica esibita alla prima occasione pubblica di partito. Oggi, dodici mesi e qualche giorno dopo, devo dire che il protagonista è ancora lui, che se non ha perso, di sicuro non ha vinto. Anzi, per dirla in “bersanese”, con una di quelle espressioni che i critici interni di allora, divenuti i giannizzeri contro il dissenso di adesso, deridevano e sbeffeggiavano, si potrebbe dire che Renzi e il suo Pd hanno “non vinto”.

Lanciandosi al di là del possibile inseguimento al bicchiere mezzo pieno, la vicesegretaria Serracchiani ha azzardato una contabilità da dieci a due, mettendo nel novero passate tornate elettorali. Stando a quello che è accaduto ieri, però, il Pd governava cinque regioni e tante ne conferma, forte nella sua matrice geografica passata, dalla Versilia al Conero, col rischio corso sulle strade Assisane, vincente in Puglia, soccombente in Veneto, dove non fa nemmeno la metà dei voti di chi vince, e sconfitto anche in Liguria, dove la scusa “Pastorino”, peraltro numericamente azzardata, non spiega come sia stata possibile l’incredibile impresa di perdere contro Toti. 5 a 2, lo stesso risultato da cui si partiva, e pure con alcune Regioni strappate di poco, come poco, d’altronde potrebbe durare la presidenza De Luca, costringendo in breve il capo del Governo a sospendere quello stesso presidente per la cui elezione, da segretario, s’era speso.

Provo una lettura diversa. In Toscana, in Puglia e nelle Marche, il risultato è fuori discussione. Il Pd vince e il centrosinistra è un armata politicamente invincibile. In Umbria, i due/tre punti in più del centrosinistra, considerando la tradizione di quella regione, non appaiono proprio un’affermazione netta, per quanto di vittoria innegabile si tratti.

Guardando all’altra metà della storia raccontata da questo voto, c’è l’Italia sopra il Po, dove lo storytelling di Renzi pare inefficace. Il Veneto era una sfida difficile, lo sappiamo. Però, anche lì il centrodestra s’era diviso, con Tosi che ha tolto ben più del nove/dieci per cento della sinistra scissasi dal Pd. Eppure, Zaia va al 50 virgola qualcosa, e la Moretti, la stessa che l’anno scorso guidava la lista che andò a sfiorare il 38, si ferma, compresi i voti della sinistra non Pd, al 22 e rotti. E non si può dire che il presidente del Consiglio non ci abbia messo la faccia, e pure le mani, sul volante in uno spot che serviva, immagino, a chiarire chi fosse davvero a guidare la macchina anche fra Cortina e Chioggia.

La Liguria ha visto una così lunga teoria di errori che ripercorrerli qui è difficile, e francamente superfluo. Quello che appare un tentativo stucchevole di trovare colpevoli per i propri sbagli è però il racconto della verità fatto a metà. Dice il Pd che la sinistra si è separata proponendo un proprio candidato, ed è vero, compiendo una scelta irresponsabile e masochista, e non è proprio così. La responsabilità di evitare la rottura era tutta nelle mani delle segreterie nazionale e regionale di quel partito che, invece, hanno ignorato i malesseri che in una certa parte del corpo elettorale crescevano per le modalità di gestione delle primarie. Un malessere ignorato per superbia, che ha determinato quello che è poi accaduto. Inoltre, tutto il governo con i sui esponenti di punta non ha mancato di sostenere con forza, “mettendoci la faccia”, come si dice in questa stagione curiosa, da Renzi, appunto, alla Boschi, dalla Serracchiani alla Pinotti, che Genova dovrebbe conoscerla essendo la sua città. Quest’ultima, a pochi giorni dalle primarie, nel “teatro Modena” del capoluogo ligure per una manifestazione a sostegno della Paita, argomentò che, in fondo, era meglio Ncd che Sel, dato che con i primi erano al governo insieme, mentre i secondi si situavano all’opposizione. E poi ci si stupisce se quella sinistra si è allontanata insieme a quanti pensano che sia vero il contrario: masochista, per usare le parole della plenipotenziaria friulana a Largo del Nazareno, sarebbe stato rimanere e votare per chi in tutti i modi continua a scacciarti.

In ultimo, non per importanza, visto che era la regione più popolosa in cui si votava, la Campania. Qui De Luca, come il visconte di Calvino, è un presidente dimezzato. E anche qui, la polemica contro le scelte della presidente della Commissione antimafia e la patetica difesa dell’indifendibile, hanno dimostrato solamente che il più grande partito del Paese è guidato da una classe dirigente che non ha la forza, la voglia o l’interesse di assumersi il peso delle incombenze a cui è chiamata.

C’è poi il Movimento Cinque Stelle che cresce, mentre coreuti e corifei del nuovo corso lo davano per archiviato, e se non conquista nessuna regione, è il primo partito in tre e nelle altre segue da vicino. Un dato da leggere in parallelo con l’altra crescita dell’opposizione più dura al governo, quella della Lega che non fa toccar palla in Veneto, sospinge Toti in Liguria e si affaccia prepotentemente ai due versanti dell’Appennino.

A tutto questo, aggiungerei il dato dell’affluenza, che ha visto votare la metà degli aventi diritto. Insomma, chi vince ha il consenso reale del 20/25% dei cittadini. Gli altri, o hanno votato per proposte che a quello si opponevano, o per nessuna, ritenendo che non ce ne fosse alcuna in grado di rappresentarli. È un dato preoccupante, che però probabilmente verrà archiviato da chi intende la politica come l’arte di ottenere la vittoria potendo contare sul più ampio numero di seggi possibili, che, si sa, si assegnano sui voti validi.

Ed è preoccupante perché la Repubblica (a proposito, buon 2 giugno) e le sue istituzioni si fondano proprio su quel consenso, e si riconoscono in chi le governa perché ad esso è riconosciuta la legittimità del ruolo. Ma con quei dati, è ancora così? A me ricorda una chiacchierata fatta a passeggio con un amico la scorsa estate, nel paese in cui sono nato. Egli lamentava il fatto che, in fila alle poste o in attesa dal medico, l’ottanta per cento, se non oltre, di coloro con cui gli capitava di parlare, erano contro l’amministrazione comunale. “E il bello – aggiungeva – è che se tu glielo chiedi, ti rispondono di non averlo votato. Tutti loro, ognuno di coloro che ne parla male; come se a votarlo fossero stati i due, o forse meno, che ne condividono le scelte”. “Già – ricordo d’aver risposto – il problema è che è proprio così, nelle percentuali e con i rapporti che hai detto”.

Era così in quel caso, dove la lista che vinse fra quattro prese circa il 27 per centro del 67 che si recò alle urne, è grosso modo così in questo, dove chi ha vinto, in quasi tutte le circostanze, ha preso il 40 per cento dei voti della metà di quanti avevano il diritto a darli: i due di cui parlava il mio amico.

 

(Questo articolo è stato pubblicato sulla testata online CuneoCronaca)

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