Più che un act, servirebbe un plan

“È come dopo una guerra”. Quante volte abbiamo sentito parole come queste riferite all’attuale situazione economica e, soprattutto, occupazionale. E in effetti, a parte la drammaticità materiale e sentimentale propria dei periodi post bellici, molti dati e indicatori sono simili, specialmente in alcune zone del Paese (il Rapporto Svimez 2013 sull’economia del Mezzogiorno,  in questo senso, è impietoso).

Ora, ve lo immaginate se nell’ultimo dopoguerra, per risollevare le sorti dell’Europa, l’Amministrazione statunitense se ne fosse uscita con qualche azione normativa, con l’idea che tutto sarebbe potuto ripartire attraverso alcune modifiche alle leggi sul lavoro, con un Marshall act, invece che plan?

Perché, se le condizioni sono davvero così drammatiche, e lo sono, allora l’idea che tutto si possa risolvere con un approccio giuslavoristico e poi confidando nelle capacità di ripresa endogena del sistema è quanto meno curiosa.

Servirebbe un piano, un programma, e il coraggio di rimettere in discussione davvero le tante, troppe, certezze. E non penso basti ipotizzare cambi di verso che servono solo a ritornare sulla strada precedente, lungo la quale, e flessibilizzando un po’ di più il lavoro, già estremamente precario, come sostenuto dal presidente del Consiglio commentando i dati dell’ultimo rapporto Istat, si dovrebbe, quasi per magia, ridurre la disoccupazione.

La tesi di chi, come Renzi, sostiene simili idee sarebbe che, dato che qualche indicatore segna una possibile ripresa, liberalizzando il mercato del lavoro si potrà favorire l’aggancio occupazionale al traino della crescita del Pil. A parte che ciò che si può leggere in quei dati per il nostro Paese è al massimo la fine della caduta, non la risalita (l’una e l’altra non possono essere infinite), lo scenario che invece molti prevedono è quello di trovarsi al cospetto di una jobless growth, una crescita senza lavoro.

Mi chiedo: e se fosse invece necessario un cambio di paradigma? Che poi non sarebbe certo una novità. Vent’anni fa Jeremy Rifkin in un testo da titolo emblematico, La fine del lavoro, già prospettava questa situazione, dovuta agli effetti dell’innovazione tecnologica (previsione già fatta, e in diverse opere, pure da Karl Marx). E prospettava anche qualche soluzione, legata alla riduzione dell’orario di lavoro individuale e alle possibilità occupazionali, nei servizi di utilità sociale, offerte dal terzo settore e dal no-profit. Una tesi, quella di Rifkin, che non era nuova quando uscì il suo libro e che non era nuova in Italia, basti ricordare il pensiero, che divenne slogan negli anni ’80, di Pierre Carniti: lavorare meno, lavorare tutti.

Riducendo l’orario di lavoro e investendo di più nelle attività di cura, delle persone, dell’ambiente e del patrimonio nazionale, sostenendo, in pratica, interventi job intensive, si potrebbe determinare davvero un’inversione di tendenza.

E di cose su cui intervenire ce ne sarebbero tante. In Italia c’è un intero territorio da rimettere in sesto, uno sterminato patrimonio fatto di edifici pubblici e ricchezze artistiche e culturali da risistemare e valorizzare, un grandioso tessuto umano e sociale, fatto di relazioni e rapporti, da ricostruire. Su quelli, nessun privato investirà mai da solo. Serve un grande impegno dello Stato, un jobs plan, appunto.

No, non è una logica sovietica. È il contrario di quello fatto finora, certamente. Ma quello è proprio qui che ci ha portati, perché non poteva portarci da un’altra parte. E non andremo altrove, se è la stessa strada quella che stiamo riprendendo, nel mentre, a parole, diciamo di volerla cambiare.

Provate ad immaginare cosa succederebbe se, invece di grandi opere con molti utili per gli investitori e poco lavoro, si avviassero tanti piccoli cantieri, utili per tutti e in grado di determinare tante occasioni occupazionali. Immaginate un piano ambizioso per il recupero del patrimonio artistico e naturale, e pensate quale motore per altre attività potrebbe essere. Immaginate quanto lavoro, anche qualificato, si potrebbe creare. E immaginate di affiancare a questo strumenti di sostegno al reddito davvero capaci di garantire un potere di spesa adeguato e dare al lavoratore la possibilità reale di “assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, come recita la Costituzione. Immaginate di allentare davvero i vincoli di stabilità e le misure folli assunte in questa stagione disperata e orba della politica, che non accenna a finire ma sembra intenzionata a durare a lungo. Immaginate che il lavoro possa essere davvero una parte importante della vita dell’individuo e che garantisca, oltre a un reddito oggi, anche la certezza di averlo domani.

Certo, tutto ciò ha un costo. E servono dei soldi. E vanno trovati. Ma io credo che se cerchi dei pesci, è al mare che vai. In Italia la percentuale di evasione fiscale è al di fuori da ogni limite razionale, e solo con quella già accertata si potrebbe recuperare una somma significativamente maggiore di quanto si otterrebbe con la più draconiana delle politiche di riduzione della spesa pubblica. C’è una tassazione per quelli che campano di rendita che si aggira fra il 10 e il 20 per cento, mentre chi vive producendo qualcosa sottostà a regimi vicini al 50, e una macchina pubblica che a volte gira a vuoto perché a chi la guida conviene così, sprecando cifre assurde per seguire le ideologie del suo alleggerimento e non per garantire i servizi per cui è organizzata.  Ci sono investimenti enormi per opere faraoniche e progetti di armamenti imperiali con cifre da vertigine, e spese per consulenze e incarichi, non pochi legati a quelle opere e quei progetti, con importi a nove cifre ogni anno. Penso che margini di manovra ce ne siano, e tanti.

Come dite? Sto sognando? Il mondo reale funziona così, ha sempre funzionato così e anche chi oggi promette il cambiamento ragiona sugli stessi schemi e perseguendo gli stessi obiettivi e risultati? Può darsi. Ma non smetto di pensare che possa essere diverso il domani. Dopotutto, you may say I’m a dreamer, but I’m not the only one. O almeno lo spero.

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