A sinistra c’è posto

C’è del vero nelle affermazioni della Le Pen, e anche di Grillo, e in parte di Renzi, secondo le quali la tradizionale distinzione fra destra e sinistra non è più un fattore determinante nella scelta della proposta politica da parte degli elettori. E non perché non esistano più proposte di destra e proposte di sinistra, o non ci sia tra queste una differenza. Semplicemente, perché non è in quel senso che passa il clivage che segna le appartenenze.

Infatti, a parte il fatto che i politici che si dicono dell’una e dell’altra parte, in molti casi e per molto tempo, stanno condividendo le medesime politiche, e per un orizzonte così lungo per cui la sovrapponibilità delle proposte appare tutt’altro che contingente, non è lungo quei meridiani che si divide lo stare di qua o di là.

Anni di ammorbidimento della discussione e di tentativi di normalizzare la società, anni di lavoro continuo, da tutti i lati e schieramenti politici, sul contenimento del conflitto finalizzato all’omogeneizzazione delle posizioni all’interno dell’unico scenario democraticamente sostenibile, hanno spostato i cardini della riconoscibilità della propria appartenenza lungo un asse latitudinale. In questa nuova geografia sociale, a distinguere il qua e il là sono i paralleli, il sopra e il sotto.

È quello ciò che intercetta la Le Pen, è quello a cui mira Grillo, ed è quello, in un certo senso, anche l’obiettivo a cui punta Renzi. Lungo quella frattura tra sopra e sotto, in una relazione immediata, che fa a meno, cioè, della mediazione dei corpi sociali per proporre un messaggio politico (non certo una narrazione ordinata e complessiva), sta il linguaggio che si usa per parlare direttamente ai cittadini; facendo leva sul sentimento nazionale e di popolo, sul rancore per i privilegi, ma anche parlando, con le mani in tasca, agli eletti che non vogliono abrogare la Camera in cui sono rappresentanti perché i cittadini che li vedrebbero volentieri a casa intendano. E certamente fa leva sui metodi e i registri demagogici; ma è da Platone che sappiamo che demagogia e democrazia, per alcuni versi e specialmente nella ricerca del consenso, hanno fra loro confini spesso troppo labili e poco certi.

Quindi, quando si parla di democrazia contro populismo, si commette un errore. Innanzitutto perché i populismi sono più di uno e non tutti uguali. C’è quello nazionalista di Marie Le Pen, quello antipartitico di Beppe Grillo, ma pure quello, diciamo così, “istituzionale” di Matteo Renzi (che cerca di inserirsi lungo le fratture sociali e in questo gli va riconosciuta una vitalità e una voglia di stare sul terreno della contemporaneità che ad altri spesso è mancata). E poi perché, quello che genericamente viene etichettato sotto la categoria del “populismo” spesso è proprio la reazione a una democrazia (meglio, a un sistema nominalmente democratico) che si è fatta elitismo.

In questo schema, le élite al potere si sono sclerotizzate, stringendo rapporti fra di loro che hanno sfumato, fino a renderle impercepibili, le distinzioni e mancando in quella missione che era il messaggio più forte ed evocativo della democratica: la distribuzione del potere verso il popolo. Quando s’è inceppato anche il meccanismo della distribuzione della ricchezza, ecco che quello iato tra chi sta in alto e chi in basso, tra chi ha di più e chi di meno, tra chi sfrutta e chi è sfruttato, si sarebbe detto un tempo, s’è allargato fino a diventare insanabile.

E in quello si sono inseriti i nuovi protagonisti della scena politica, con un messaggio molto semplice, che si rivolgeva ai cittadini indicando loro una distinzione altrettanto immediata, grossolana, ma definita: quella fra chi ha qualcosa da difendere e chi no.

La sinistra, in tutto ciò, è stata ancora più vittima di questa immediatezza delle relazioni perché, in fin dei conti, è lei che ha perso la base. Quelli che stavano sotto, nella logica alto/basso, erano il suo punto di riferimento e la sua ragione politica. Ecco perché sono proprio i partiti che si dicono di sinistra quelli ad essere più attaccati. Perché l’attacco viene da chi ha meno e cerca, o meglio, vorrebbe cercare proprio in quella parte, la sua parte e la propria appartenenza. Se lì non le trova, perché incontra sordità alle proprie richieste e disprezzo per le proprie proposte, s’affida a chi promette di difenderlo “facendogliela pagare” a quelli che lo hanno tradito.

Se è così, per la sinistra, allora, non ci sono speranze? Forse. Di certo, non ci saranno se questa non ricomincerà a stare nel posto dove dovrebbe, e dove, di posto, ce n’è davvero tanto, ripartendo dagli ultimi e da chi oggi, in questo schema e con questi equilibri di forza, è più danneggiato. Per far questo, però, bisognerà dimostrarsi capaci di agire in modo alternativo a quegli equilibri e a quello schema, e non contribuire a sostenerli e a mantenerli in vita.

Sarà così? Ne dubito. Perché ci sono le idee, certo, e poi ci sono le persone. E quelle, anche se si dicono di sinistra, stanno bene dove sono state in questi anni. Tanto, gli altri, quelli come me, dico, parlano, ma chi li ascolta? E forse, quelli che ignorano parole come queste hanno anche ragione. Dopotutto, che ognuno stia al suo posto, e i cafoni, quelli della mia razza, stiano al loro, che poi è quello che i contadini di Fontamara di Silone conoscevano molto bene: “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito”.

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