Voto di fiducia o atto di fede?

Ma è un voto di fiducia o un atto di fede quello che sta chiedendo al Parlamento Matteo Renzi? Sinceramente, non l’ho capito. Il governo è per metà lo stesso di prima, la maggioranza lo è per intero, e i parlamentari che lo appoggiano con lealtà e convinzione sono quelli che fino a due settimane fa appoggiavano un altro, con la stessa lealtà e la medesima convinzione.

E perché dovremmo avere fiducia in un tale esecutivo se coloro che ieri ne hanno sorretto uno dall’identico schema, oggi ci spiegano che quello ha fallito? Ha fallito solo Letta? O hanno fallito pure i ministri che di quello ne facevano parte e chi lo ha sostenuto? Perché Letta l’abbiamo sostituito, ma tutti gli altri sono ancora lì. Allora, perché oggi sarebbe diverso?

Le risposte date a queste domande sembrano di duplice natura. Da un lato, quelli oramai votati all’agiografia del leader, si fidano delle sue qualità taumaturgiche. In pratica, ciò che prima non ha funzionato, adesso, miracolosamente (taumaturgico vuol dire proprio quello, da θαῦμα, miracolo, appunto), si metterà a funzionare, nonostante i comprimari della scena siano gli stessi.

Dall’altro, quelli da tre governi votati alla resa, sembrano rassegnati al dover credere per non morire, perché “se fallisse Renzi”, si aprirebbero le cateratte del cielo e pioverebbe sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. E quindi, anch’essi credono in Renzi come atto di fede; una fede timorosa e disperata, ma pur sempre una fede. La stessa che sostenne i governi Monti e Letta, che poi, sono stati dichiarati fallimentari da quelli che li avevano sostenuti facendo propria quell’idea intimidatrice e, dopo il loro fallimento, noi siamo ancora qua, senza cadute di asteroidi o invasioni di locuste, e soprattutto, sono ancora là a minacciare sciagure se non ci fossero loro, i menagramo di prima. E non so perché, ma il fatto che siano proprio gli stessi mi fa sorgere il dubbio sul loro disinteresse nel predire scenari da tregenda.

Ora, modestamente, penso invece che Renzi quella fiducia dovrebbe meritarsela. E non parlo del voto in Parlamento. Parlo della fiducia di tutti gli altri. E per meritarla, quella fiducia, bisogna cominciare con l’essere affidabili. Fino ad ora abbiamo assistito ad un Renzi che diceva delle cose, sulle larghe intese e sulle modalità dell’andare al governo, e ne sta facendo delle altre. Anzi, sta facendo proprio il contrario di quello che diceva. E questo non è un problema politico, è un problema etico, che attiene la fiducia, nel senso che ha a che fare con il suo essere affidabile rispetto alla parola data. Perché Renzi non s’è piegato, obtorto collo, ad una volontà diversa dalla sua per ragioni di opportunità o semplicemente di rispetto delle regole, ma ha piegato la volontà di chi l’aveva sostenuto per ragioni di opportunismo e con sprezzo delle regole.

Inoltre, anche la misura che ha a che fare con la politica è fondamentale per poter avere fiducia. Perché, ad esempio, il fatto che si possa fare un governo “politico”, come l’ha definito Renzi  al Senato, e di legislatura mettendo insieme centro sinistra e centro destra, proprio su quel piano, non convince affatto. E difficilmente mi fido di chi mi vende una simile proposta. Quel disegno lì ci è stato già imposto nel novembre del 2011, ed allora era di emergenza. Poi nell’aprile del 2013, e si era ancora all’eccezionalità. E ancora, verso la fine di quell’anno divenne il frutto dell’accordo di una maggioranza non più dettata dall’urgenza ma “politica” e “coesa”. Oggi, invece, nasce un governo totalmente politico con l’ambizione di arrivare al 2018. Che, dall’inizio di quelle esperienze, vorrebbe dire sette anni ed almeno tre governi: un po’ troppo per poter considerare singolare e rara l’esperienza della convivenza fra la destra e la sinistra.

Non mi fido del governo che nasce, perché non mi fido di questo schema. Perché, se questo schema fosse affidabile e valido, vorrebbe dire che le due proposte politiche, quella del centro sinistra e quella del centro destra sono sovrapponibili, almeno per sette anni e per non meno di tre governi consecutivi: per me è troppo, per voi?

Se, invece, è un atto di fede quello che viene chiesto al popolo italiano attraverso i propri rappresentanti in Parlamento, allora mi appello ai valori della laicità e rivendico il diritto di non crederci.

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