Sul New Yorker del 21 ottobre scorso, prima delle elezioni americane, Adam Gopnik (in un articolo dall’evocativo titolo As bad as all that. Donald Trump and the unmaking of America) scriveva: «In one respect, the space of politics in 2024 is transoceanic. The forms of Trumpism are mirrored in other countries. […]. What all these currents have in common is an obsessive fear of immigration. Fear of the other still seems to be the primary mover of collective emotion. Even when it is utterly self-destructive […] the apprehension that “we” are being flooded by frightening foreigners works its malign magic. It’s an old but persistent delusion that far-right nationalism is not rooted in the emotional needs of far-right nationalists but arises, instead, from the injustices of neoliberalism. And so many on the left insist that all those Trump voters are really Bernie Sanders voters who just haven’t had their consciousness raised yet. In fact, a similar constellation of populist figures has emerged, sharing platforms, plans, and ideologies, in countries where neoliberalism made little impact, and where a strong system of social welfare remains in place. If a broadened welfare state […] would cure the plague in the U.S., one would expect that countries with resilient welfare states would be immune from it. They are not».
Tentando di sintetizzare al massimo, per la firma del magazine newyorkese c’è una sorta di spazio politico transoceanico, di cui il trumpismo è una delle forme, ma che si ritrova in diversi movimenti anche in Europa. La cosa che sembra accomunare gli elettori di tutti questi movimenti, di qua e di là dell’Atlantico, è un’ossessiva paura dell’immigrazione, dell’altro, delle schiere di stranieri che mettono a repentaglio il senso stesso del “noi”. E aggiunge che il nazionalismo di estrema destra fa parte dei caratteri propri del pensiero dei nazionalisti di estrema destra, e non può essere derubricato a reazione contro le ingiustizie del sistema capitalistico. Non è, scrive con felice immagine, che gli elettori di Trump sarebbero in realtà elettori di Sanders senza coscienza di sé, ma sono elettori di Trump perché in lui credono e lui, e le sue idee, vogliono sostenere e votare. Non basterebbe, quindi, per convincerli aumentare i livelli di welfare state. A dimostrazione di ciò, spiega Gopnik, sta il fatto che fenomeni come quello trumpiano emergono anche in contesti dove l’assistenza sanitaria nazionale, i sindacati forti, i salari minimi e ogni altra articolazione dello stato sociale esistono e sono ben funzionanti. Se così è, però, le cifre elettorali spaventano ancora di più, e il lavoro da fare è davvero tanto, per convincere tutti gli altri che il loro impegno e la loro presenza è fondamentale.
Ed è tanto, quel lavoro, perché se domani Trump o gli altri come lui dovessero sparire, non sparirebbero di certo tutti quelli che li hanno votati credendo che, per dirla ancora con le parole di Gopnik, «if we haven’t fully enjoyed our birthright of plenty and prosperity, a nameable villain is at fault». E questi cercheranno ancora chi potrà indicargli un colpevole per la propria rabbia, qualcuno verso cui rivolgere lo schioppo del proprio rancore, come nelle più doloranti pagine del Furore di Steinbeck, «un nemico nominabile», appunto, per una vita immaginata ricca e opulenta e che si credeva a portata di mano per diritto di nascita.
La realtà è che nel mondo le risorse sono limitate, e che è possibile goderne tutti solo dividendole meglio, togliendone ai ricchi quando ne hanno troppe (e troppo spesso troppe ne hanno, come i Trump e i Musk che pur si votano), non impedendo ai più poveri fra i poveri di tentare la via per accedervi. E ci tocca tanto lavoro perché dobbiamo imparare e insegnare di nuovo a tutti quelli che hanno ancora orecchie per il progresso dell’umanità, per ricordare le parole di Don Lorenzo Milani e dei suoi ragazzi, «che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia» (Suola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, 1990).
Per questo, riprendendo e adattando alla prima persona plurale le parole di Itaca di Konstantinos Kavafis, dobbiamo augurarci che la strada sia lunga