Però siamo furbi, eh

Lo confesso: ho letto il pezzo di cui sto per parlarvi tre volte. E ho dovuto rileggerlo, anche questo mi tocca confessare, per un mio personale pregiudizio. No, non è scritto in modo contorto, difficile, astrusamente articolato. Al contrario, è lineare, preciso, chiaro. A farmi dubitare della prima, della seconda e persino della mia terza lettura, lo ammetto e con ciò manifesto la mia colpevolezza, era il cognome dell’autore, il saperne il padre e le di lui opinioni, in merito ai temi di cui lo stesso articolo trattava. Degli errori si chiede scusa, e della mia prevenzione faccio altrettanto: Mattia Feltri ha scritto ieri il corsivo che avrei mille volte voluto scrivere io. Nel fare ammenda, cito un pezzo del suo Buongiorno, sulla Stampa di Torino.

Parla di Admir Masic, Mattia Feltri, della sua fuga dalla Bosnia in guerra, dell’arrivo in Italia, dell’Università, con lode, superata a Torino. E delle sue vicende dopo la laurea, con una conclusione per lui felice, per noi amara. «Lancia una start-up ma, siccome non è un lavoro dipendente, niente permesso di soggiorno: Admir viene espulso. Lo accolgono in Germania, lì fa ricerca, dopo qualche anno lo vuole tutto il mondo, e lui sceglie il Mit, Boston, l’America. Ora torna a Torino da vincente, e senza rancore: sono bosniaco, ho il cuore italiano, il passaporto tedesco, la testa americana – dice. Avremo anche un gran cuore, come sostiene Admir, ma di cervello poco. Produciamo leggi sceme che applichiamo in modo scemo e così, a proposito di cervelli, i nostri di solito fuggono e quelli degli altri li mettiamo in fuga. Però siamo furbi, eh. Basta immigrati! Prima gli italiani! E resteremo qui noi quattro vecchiarelli rimbambiti».

Perché il tema è quello, pure se nel pezzo di Feltri lo si incrocia nel misurare le eccellenze. Che poi, queste sono tali solo quando così le si scoprono, e non le scopri se prima non hai tutti gli altri da far crescere. Nel frattempo, invece, rincorriamo quella del «blocco navale» o l’altro del «prima i nostri». E se così parlando e agendo seminiamo in giro sofferenze e dolori per alcuni, di certo non miglioriamo in nulla e in niente il nostro stato delle cose, in un Paese che si spopola e s’impoverisce di esseri umani, più che di risorse e danari. E come dice Feltri, «resteremo qui noi quattro vecchiarelli rimbambiti».

Chissà se suo padre l’ha letto.

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