Per parlare del resto

«Fedez può diventare il nuovo Grillo? E perché no? Siamo il Paese-guida della democrazia dell’intrattenimento, quello che per primo ha appaltato la politica allo spettacolo. Un quarto di secolo fa un partito fu fondato da un impresario della televisione, e vinse le elezioni. Tredici anni fa un partito nacque dagli show di un comico, e vinse le elezioni. Se è già successo, può succedere di nuovo. […] La moneta che usa Fedez è la stessa che usava Grillo: l’indignazione. Ce n’è sempre a disposizione in abbondanza nelle nostre società, un gran numero di persone che pensano di vivere nel peggiore dei mondi possibili e che sanno perfettamente di chi è la colpa: dei loro avversari politici. […] Non ci si indigna mai contro quelli che la pensano come te. Ed è perciò che alla lunga, in assenza di banche che la investano, la moneta dell’indignazione si inflaziona. La si spende in quantità sempre maggiori, ma ci si comprano sempre meno cambiamenti reali. L’evoluzione dei Cinquestelle da questo punto di vista è emblematica: se non si trasforma in politica, la rabbia non può fare altro che divorare se stessa. In fin dei conti anche Salvini è nato come un influencer: con le sue felpe, i suoi meet-up e i suoi video su Instagram. La legge dello spettacolo voleva che trovasse prima o poi un antagonista. Magari l’ha trovato in Fedez».

Il riassunto di sopra è del corsivo di Antonio Polito sul Corriere di ieri. Non si tratta di essere d’accordo su quello che lui pensa a proposito delle parole del rapper dal palco del concertone del primo maggio (nota per i pedanti: sottoscrivo la difesa fatta da Fedez, del Ddl Zan e dei diritti civili, parola per parola, nel merito di quello che ha detto, non nel principio di libertà di espressione senza limiti generalmente invocato e rivendicato; anche perché, il tema di cui si dibatte è anche quello per cui non esiste la libertà assoluta di dire tutto quel che si vuole). Si tratta qui di discutere del resto: andandogli dietro o contrastandolo, la politica istituzionale si è dimostrata, per usare ancora le parole del commentatore di via Solferino, «subalterna all’egemonia culturale di Fedez». Parlando per la parte a cui guardo e dei loro nuovi alleati, mi ha un po’ intristito vedere la corsa a schierarsi col cantante e contro i vertici Rai, da chi pure, quei vertici, ha nominato o nominerà. Soprattutto, in una condizione in cui, fattivamente, era Fedez ad andare a ruota di un provvedimento già incardinato nella discussione parlamentare grazie proprio all’azione di quelle forze politiche, non il contrario.

Ma tant’è. Così, oggi, ci troviamo partiti politici separati dal giudizio su Fedez, sindacalisti che stigmatizzano il parco macchine della star, opinionisti che lamentano, invidiandone i numeri, la confusione fra like e consenso. Il rischio è che non si parli del contenuto delle parole, quanto piuttosto del timbro della voce con cui son dette. E auguri a tutti, ché questo rischio sia solo il non capire i tempi moderni di un uomo di mezz’età, che magari potrebbe esser associato al nonno dell’attuale icona pop, e non tanto per mere questioni di origine geografica.

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