Ne erano convinti

«Io ho i rimorsi che può avere qualsiasi essere umano che abbia ucciso 30 persone, se questo le pare normale. Attenzione, forse sarebbe stato diverso se fosse avvenuto durante una battaglia con l’alternativa “o io, o lui”, no? Ma pensi che io ho ucciso in modo particolare: ho buttato giù dall’areo gente addormentata, che non sapeva nemmeno chi la uccideva. Com’è potuto accadere? Prima di tutto eravamo assolutamente convinti di ciò che facevamo. Insomma, sarebbe mentire dire in questo momento: “io ho obbedito agli ordini perché sono stato costretto”. No, non è così. È talmente vero ciò che dico che credo che vi siano stati uno o due ufficiali della Marina che si rifiutarono di obbedire. Eravamo convinti. Non so se come conseguenza di ciò che il Paese viveva in quegli anni, o perché avevamo subito, come dicevano alcuni, “il lavaggio del cervello”. In realtà, eravamo convinti che stavamo facendo quello che si doveva fare. La storia ha dimostrato che è stata un’aberrazione, una mostruosità. Il fatto reale è che è stato terribile ciò che abbiamo fatto. Ma questo in nessun modo ci può far dire, oggi, che siamo stati costretti; ne eravamo convinti. Se eravamo mentalmente malati, se eravamo impazziti, non lo so».

Le parole riportate sopra sono di Adolfo Francisco Scilingo, capitano della Marina argentina, tratte dalla puntata della trasmissione di Paolo Mieli Passato e presente sulla dittatura di Videla nel paese sudamericano (minuto 13, se vi va di ascoltarle). E credo che siano parole significative, importanti. È una delle poche volte, e fatico a ricordare altri casi, in cui il protagonista di azioni aberranti e criminali non si trincera dietro l’assolutorio «eseguivo solamente gli ordini» che da Norimberga in poi è tristemente noto. No, lui ammette che le decisioni sono state sue, soltanto sue, assunte in piena libertà e convinzione. Non le rivendica, attenzione, non dice che erano giuste. Si condanna da sé, per quelle, e non cerca assoluzioni nella deresponsabilizzazione per il ruolo comunque subordinato. Ci dice, in sostanza, che poteva fare diversamente, ma non lo fece. E come lui, ovviamente, potevano fare gli altri, tutti gli altri che materialmente hanno compiuto quei crimini. Ma non lo fecero.  

C’è una frase di Karl Stojka, internato prima ad Auschwitz-Birkenau, poi a Flossenbürg, che credo aiuti a spiegare quello che voglio dire: «Non sono stati Hitler o Himmler a deportarmi, picchiarmi, ad uccidere i miei familiari. Furono il lattaio, il vicino di casa, il calzolaio, il dottore a cui fu data un’uniforme e credettero di essere la razza superiore». Perché è quello che successe: credettero davvero di poterlo fare, e lo fecero credendo che fosse giusto e necessario farlo. Le costrizioni non sarebbero valse, se loro non fossero stati già convinti di quello che stavano per mettere in atto.

Forse è un’esagerazione letteraria, quella di Tolstoj, quando, riflettendo alla fine delle pagine di Guerra e pace, vedeva addirittura nella marcia e nell’avanzata dei seicentomila fanti napoleonici verso oriente una somma di azioni indipendenti dagli ordini dai singoli ricevuti, ma un destino ineluttabile di quell’umanità, dato dalla somma delle singole volontà, coincidenti in quell’aspetto e in quella visione di dominio e sopraffazione del nemico. Di certo, non si può sorvolare sul fatto che, se ognuno di quei soldati, a quegli ordini, avesse risposto come il Bartleby di Melville, mettendo in pratica nella disobbedienza, invece che obbedendo, il proprio diritto di scelta, Napoleone in Russia avrebbe al massimo potuto recarsi da turista.

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