Quante divisioni ha, Renzi?

Nelle settimane che vanno dalla caduta del governo Conte alla nascita di quello Draghi, si potevano leggere e ascoltare un po’ da tutte le parti critiche più o meno forti all’indirizzo dell’ex segretario del Pd, oggi leader di Italia Viva. In sostanza, Renzi veniva descritto come un irresponsabile interessato a sostituire il premier di prima con quello di dopo per inconfessabili interessi legati alla gestione dei fondi europei del Next Generation EU e altre questioni. Da tutte le parti che insieme erano al governo, la sintesi e la conclusione sui fatti che stavano accadendo era: «mai più con lui, mai più con i suoi». Infatti, è andata come sappiamo.

Adesso che con lui e con i suoi il governo lo si è fatto ancora e comunque, quel «mai più» ha perso inevitabilmente forza e senso. Rimane, come si legge in tante interviste di esponenti o post di elettori dem e grillini, l’accusa al già sindaco di Firenze di essere l’unico «colpevole» per l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi. Ora, non so se questa sia effettivamente una colpa, e non m’interessa appurarlo in questa sede. So però che l’esecutivo formato e guidato da Draghi ha avuto la fiducia di 535 deputati e 262 senatori. E quindi, mi chiedo: quante divisioni ha, Renzi?

Perché, non so a voi, ma a me un po’ ha stancato questa storia della ricerca del colpevole unico, quando poi tutti a lui danno o han dato una mano. Una cosa che fa il paio con la ricerca dell’uomo forte e solo al comando, e pure quella non m’appartiene, per indole e disposizioni. Eran tutti a sgomitare per esserci nella photo opportunity il giorno della vittoria elettorale; la mattina seguente alla sconfitta, nessuno era mai stato renziano. Di più, rinfacciano a lui, come se in solitaria le avesse fatte, le cose che tutt’insieme han sostenuto e votato, dalla sostituzione di Letta all’abolizione dell’articolo 18, e quando ricordi che, loro o i loro rappresentanti, c’erano e votavano, in assoluta indipendenza da mandato imperativo e nella pienezza delle proprie facoltà, ti rispondono che hai una visione troppo naïf del fare politica, e che stare in un partito è una cosa seria e complicata.

Dev’essere così. Qualunque cosa questo significhi, credo.

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