Una rabbia che nasce dalla mancata realizzazione di un’aspettativa

«Gli operai volevano l’aumento salariale, mica la rivoluzione». Così, in un’intervista del 2004, Mario Tronti, comunista e teorico dell’operaismo italiano, non di rado critico contro alcune esibizioni e tesi del movimento di contestazione della fine degli anni ’60 e dei ’70 del secolo scorso, ricordava quel periodo intenso come pochi altri nella storia della nostra Repubblica. Già, l’aumento di stipendio, non la rivoluzione. E «il figlio dottore», per cantare con Paolo Pietrangeli la colonna sonora di quei tempi.

Un’epoca che non è lontana dai giorni in cui viviamo. I quaranta-cinquantenni di oggi sono precisamente quei figli che si immaginavano e si sognavano dottori, borghesi, sistemati e tranquilli. È andata così? No, evidentemente. D’altronde, come poteva? E però, proprio quei quarantenni e cinquantenni sono cresciuti sorretti da quel racconto, da quelle aspettative. In molti casi tradite. E sono, per quello, arrabbiati. Ma stanno davvero peggio dei propri padri? Non sempre, non del tutto. E non c’era alcuna promessa, solo un’aspettativa, sostenuta e forte, certo, eppure non più e non oltre quello.

Non sto dicendo che non ci siano, in giro, motivi per cui essere arrabbiati. Soprattutto, non sto dicendo che nessuno abbia il diritto di sentirsi defraudato di un futuro che per lui poteva essere possibile. Sto dicendo, invece, che non tutti quelli che si lamentano sono in quella condizione. Anzi, azzarderei l’ipotesi per cui proprio quelli che più si lamentano, meno hanno ragioni fondate, serie e concrete per farlo, se non rischiassi, dicendo questo, accuse di paternalismo. Nel caso, m’importerebbe il giusto.

Allora, mi chiedo: siamo davvero così poveri? Lo è l’Italia, l’Europa, l’Occidente intero, che più d’ogni altra parte del mondo di questo si lamenta? Lo sono i tanti, tutti quelli che fanno continue rimostranze sul proprio aver poco, confrontato con chi, a loro dire, ha troppo e ben oltre il necessario e i suoi meriti? Ho dei dubbi, sostenuti non di rado dall’enumerazione dei beni e delle attività che il lamentante snocciola al suo attivo, nella discussione subito precedente e seguente quella in cui ha reso pubblico il personale cahiers de doléances.

Il 2 giugno del 1755, Pietro Metastasio scriveva al fratello Leopolo: «Mi piace che vi piaccia l’aggiunta d’amico nella mia sottoscrizione a quella di fratello: ma non son contento che vi sorprenda. Avete avuto sufficiente tempo per avvedervene senza la mia dichiarazione, e mi fate gran torto se contate questa circostanza come nuova scoperta. La nostra fortuna non ha voluto ch’io possa darvene prove strepitose: ma a quest’ora è già tempo di riderci di lei. E poi non possiamo a buona equità lagnarcene. Noi siamo ricchi abbastanza se ci serviamo de’ bisogni per misura, e non de’ desideri, coi quali addosso son mendici Crasso e Lucullo. Addio; state sano per conferire alla salute del vostro» (cfr. P. Metastasio, Lettere, in Tutte le Opere, Mondadori, 1954, vol. III, p. 1119, lettera n. 859).

E se fosse nel metro usato, l’errore per la misura rilevata?

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