Berlinguer o Mussolini, per il consiglio comunale di Genova, pari sono

Certo, il titolo di questo post è volutamente esagerato. Però, proviamo a leggere i fatti di cui voglio parlare, partendo dal primo paragrafo dell’articolo con cui, martedì scorso, li raccontava l’edizione online del quotidiano genovese Il Secolo XIX: «Un’anagrafe antifascista, ma anche anticomunista. È quello che propone l’ordine del giorno proposto dal capogruppo di Forza Italia Mario Masciae approvato oggi dalla maggioranza di centrodestra e Italia Viva in consiglio comunale». Approvato da centrodestra e IV, e con l’astensione del Pd e l’assenza dall’aula del M5S, per dare le giuste dimensioni di quello che è accaduto nel consiglio comunale del capoluogo ligure.

Per provare a definire invece il senso complessivo di quello che lì s’è deciso, mi sforzo ma non trovo altre immagini che siano sostanzialmente differenti da quella usata nel titolo che ho scelto: Berlinguer o Mussolini. Il primo, guidò il partito comunista nella stagione turbolenta degli anni ’70, era leader ai tempi del sequestro Moro e della strage di Bologna, segretario quando la forza politica che guidava conquistava oltre un terzo dei voti; l’Italia rimase una democrazia. Il secondo, appunto, fu quello che sappiamo essere stato, instaurando la dittatura nei modi e con le forme che il passato è lì a raccontare. E lo so che ora tirerete fuori l’elenco dei crimini commessi dai regimi comunisti dal Carso alla Manciuria in un secolo di storia, ma la differenza rimane ineludibile: il fascismo nasce di per sé come ideologia liberticida, antidemocratica e di dominio degli uni sugli altri. Il comunismo no, e non necessariamente ha derive totalitarie; i comunisti italiani sono di questo i testimoni migliori, mentre di fascisti liberali e tolleranti non è data notizia.

In un’intervista concessa a Isabella Insolvibile (ora in Meridione. Nord e Sud del Mondo, anno IX, num. 1, gennaio-marzo 2009), Vittorio Foa ricordava: «A me è capitato, una volta, di partecipare ad una trasmissione televisiva insieme ad un senatore fascista [Giorgio Pisanò, NdA] che faceva dei grandi discorsi di pacificazione: “In fondo eravamo tutti patrioti… Ognuno di noi aveva la patria nel suo cuore…”, etc., etc. Io lo interruppi dicendo: “Un momento. Se si parla di morti, va bene. I morti sono morti: rispettiamoli tutti. Ma se si parla di quando erano vivi, erano diversi. Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore”. Questa è una differenza capitale».

Esattamente: una differenza capitale.

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