«The real face of the recession»

«Maria Fernandes died at the age of thirty-two while sleeping in her car in a Wawa parking lot in New Jersey. It was the summer of 2014, and she worked low-wage jobs at three different Dunkin’ Donuts, and slept in her Kia in between shifts, with the engine running and a container of gasoline in the back, in case she ran out. In the locked car, still wearing her white-and-brown Dunkin’ Donuts uniform, she died from gasoline and exhaust fumes. A Rutgers professor called her “the real face of the recession.” Fernandes had been trying to sleep between shifts, but all kinds of workers were spending hours in their cars, waiting for shifts».

E sì, non solo la trentaduenne Maria provava a dormire fra i turni dei suoi tre impieghi, ma molti lavoratori fanno altrettanto. E non per scelta. Come nel suo articolo sul New Yorker del 18 gennaio scorso ricorda Jill Lepore, lei come tanti, troppi altri low-wage jobs, lavoratori a basso salario, non hanno molte altre scelte. La working class dei primi decenni del dopoguerra non c’è più. Da tempo. E da tempo, a questa, in America e in Europa, si va pian piano sostituendo una massa di lavoratori costretta a barcamenarsi fra stipendi sempre più bassi e diritti ogni volta più leggeri. Una recessione lunga, di cui, con le parole del professore del Rutgers University del New Jersey citato nell’articolo, la tragedia di Maria Ferrandes e la disperazione dei molti come lei ne sono la faccia più vera.

Di chi è la colpa, chi ha ucciso Maria e chi costringe gli altri a vivere le sue stesse difficoltà? Davvero non lo so. Se lo chiede pure la Lepore, ma alla fine e in fondo nemmeno lei sa individuare un colpevole preciso. E ci troviamo così, come i raminghi di Steinbeck nel loro Furore, a cercare un responsabile verso cui puntare la nostra arma, senza saperlo indicare, senza nessuno che ce lo additi se non strumentalmente, per lucrare lui qualcosa sulla nostra risentimento. Così, alcuni si ritarano, altri pensano di trovare nella rabbia personificata in personaggi politici da opera triste la risposta, altri ancora provano con le forze che hanno a dar senso alle cose che pensano.

Ciascuno di noi, ahimè, nelle nostre sterili e falsamente coscienti solitudini.

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