Quando c’erano i partiti

La mia prima tessera di partito l’ho presa quasi trent’anni fa: Sinistra Giovanile nel Pds, segretario nazionale un certo Nicola Zingaretti. Ma era già l’autunno del ’93, e per quanto sotto la quercia ancora ci fossero la falce e il martello, la “Scuola delle Frattocchie” aveva già chiuso. Quella storia l’ho conosciuta sui libri, e nei racconti e nei tentativi che, persino in remote federazioni di provincia, qualche dirigente ancora cercava di fare, per formare non solo quadri e dirigenti, ma anche i semplici militanti. È andato, quel tempo, e il rimpianto ha tanto poco senso quanto molto ne ha la necessità del ricordo e dello studio dell’epoca.

Però, se adesso siamo al punto in cui stiamo, qualche ragione potrebbe trovarsi pure nelle scelte che portarono a quelle chiusure e alla mancata sostituzione di quegli istituti formativi dei partiti con altri di calibro e spessore paragonabile. Siamo qui, intendo, a dover osservare tutte le forze politiche arrendersi contemporaneamente alla propria mancanza di classi dirigenti sufficientemente preparate e dover ricorrere a esperti e “tecnici” al di fuori del novero delle proprie strutture. E non vale l’eccezione per cui, oggi, ci son da impiegare fondi come poche altre volte nella storia del Paese o che, qualche anno fa, c’erano da mettere in sicurezza i conti dello Stato; anche nel periodo post-bellico vi furono una quantità di soldi non di poco conto, e pure in altre epoche quei conti potevano saltare. Ma per prender le decisioni e guidare le scelte, i partiti cercarono e individuarono al proprio interno i candidati, e non per questo mancarono i risultati.

No, credo che il problema sia d’altra natura. Da almeno un trentennio, la strada seguita dalle organizzazioni politiche è volta esclusivamente alla ricerca del consenso immediato, e all’individuazione, quindi, delle personalità più capaci di raggiungere tale obiettivo. Della costruzione di un percorso più lungo e duraturo, che comporti anche la formazione delle donne e degli uomini in grado di pensarlo e metterlo in pratica, non interessa più a nessuno. Al massimo, si vara qualche “summer school” per proiettare una manciata di slide a beneficio dei canali social degli amici, giusto per far vedere che si fa qualcosa di impegnato e invitare due o tre personalità a presentare i propri libri. Il resto, annoia.

Tanto ci sarà sempre un accademico, un economista o un giurista pronto alla bisogna.

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