A esser sbagliata è la retorica bellica

Non entrerò minimamente nei dettagli dello svolgimento della cronaca politica di scena in questi giorni. Il fatto che si sia arrivati al punto in cui si è, dagli uni viene rinfacciato agli alti e viceversa; tutti, però, con buone probabilità si ritroveranno insieme a sostenere uno schema di governo, e questo è un fatto su cui lascio a chi legge l’onere di valutare. Quello che qui m’interessa è un aspetto differente, di cui proverò a dire brevemente.

Dopo i tanti «mai» e i ripetuti «mai più», i sedicenti diversi e opposti potrebbero ritrovarsi, di nuovo o ancora, nella stessa maggioranza. La qualità della decisione, dicevo prima, non è argomento di questo post. Rimane qui il tentativo di capire il salto logico che porta a concepire una decisione simile da parte dei protagonisti (non volendo qui in alcun modo parlar di «poltrone» e «potere», che son parole che attengono ambiti da cui spesso mi piace star lontano). E le ragioni per quel che vediamo accadere, a mio avviso, sono da ricercarsi nella retorica bellica spesa in abbondanza, e con troppa facilità, aggiungerei, nella fase precedente. Insomma, se quella che abbiamo davanti è una «guerra», con tanto di «combattenti», «eroi» e persino «disfattisti», è chiaro che, «patriotticamente», ci si stringe a coorte e si dà l’assalto al «nemico» tutti insieme. Così, nessuna stranezza nel vedere Attlee vice di Churchill o Togliatti vice di Badoglio, nella tempesta del secondo conflitto mondiale. Il fatto, però, è che secondo me qui è proprio quella retorica guerresca a esser sbagliata, perché le condizioni sono differenti e perché una pandemia, appunto, non è una «guerra».

L’errore di chiamarla in quel modo, usando un gergo militare anche per il contrasto, risale ormai agli inizi dell’anno scorso, quando il virus iniziava il cammino per noi disastroso. Traslata sul piano politico, quella che già nella società era ormai data per acquisita, la metafora bellica ha portato, di contro, a farsi ancor più spazio i concetti di «unità nazionale», «fronte comune» nelle risposte da dare. Non è così, però, e non può esser così.

Semplicemente perché, in questa sfida, le risposte non potranno essere uguali e valide per tutti, come lo sarebbe il fronteggiare un nemico in carne ed ossa, invasore e oppressore delle nostre libertà. Qui si discuterà di come spender dei soldi e di quali servizi o attività tutelare o privilegiare. Immaginare che, per tutti, una qualsiasi scelta in questa fase sia di per sé giusta perché inevitabile e che deve esser assunta nel superiore interesse della «patria», al di là dei legittimi quanto settoriali interessi di parte, è assurdo persino in vero tempo di guerra. In quei frangenti, ovviamente, la necessità e l’evidenza dell’aggressore sospendono la valutazione particolare sul da farsi. La retorica guerriera, di contorno, agevola l’azione dei governanti.  

Questo che stiamo vivendo, invece, è e rimane un tempo di pace, per quanto diverso da quelli conosciuti nel recente passato. Eppure, noto che i mesi di racconti come se giungessero da un «fronte» con un «nemico» in carne e ossa dall’altra parte della barricata e deciso a invaderci, contro cui bisognava «unirsi» e «resistere tacendo», per non compromettere l’efficacia dello sforzo delle nostre truppe, hanno favorito il farsi strada di un’idea condivisa e comune che così fosse davvero. Dando fondamento all’idea su cui ora poggia il concetto della necessità di dar vita a un «governo di unità nazionale per l’interesse del Paese».

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