Cose che capitano, cose che sono capitate

«Meglio la Via della Seta, mormoravano a Kabul, Bangkok o Bujumbura, che l’impero dell’ognun per sé. Meglio il denaro cinese che un Occidente che si autosegrega, che vede il mondo solo in termini di corridoi di contagio, che nutre un sacro orrore per ciò che transita, espatria, si muove e circola, e che non ha sulla bocca altro che il ritorno all’ovile delle sue industrie, dei suoi talenti, dei suoi capitali». Così Bernard-Henri Lévy, nel suo Il virus che rende folli (ed. La nave di Teseo, 2020, trad. it. A.M. Lorusso, pag. 103).

Le semplificazioni e le forzature non sono mai la soluzione ideale, specialmente quando si devono affrontare questioni complesse per loro stessa natura, e che, per propri caratteri, richiederebbero il massimo della delicatezza, di analisi e di linguaggio. Però, se in questi mesi che stanno diventando esemplari ed epifanici di una stagione ormai lunga più di un decennio, la risposta delle nazioni ricche, dell’Europa e degli Usa, si declina in chiusure e indifferenza verso i destini e le vite degli altri nel mondo, se la dimensione persino architettonica di questa Weltanschauung occidentale sono muri e filo spinato, dalle nevi delle foreste dei Balcani fino alle sabbie del deserto di Sonora, è difficile stupirsi poi che miliardi di persone cerchino altrove un punto di riferimento e un partner, commerciale e politico al tempo stesso.

Ho iniziato con le pagine di un libro che parlano di oggi, provo a finire con quelle di un testo che raccontavano l’ieri. Scrive Eckart Conze in 1919. La grande illusione (ed. Rizzoli, 2019, trad. it. A. Colagiovanni – G. Scotto, pag. 204): «Rappresentativa di questo sviluppo è la storia del già citato Nguyen Ai Quoc (“Nguyen il patriota”), che nel giugno del 1919, si racconta, tentò di consegnare a Wilson una petizione intitolata Le richieste del popolo di Annam. Secondo alcuni resoconti, Nguyen aveva persino preso in prestito un frac per l’occasione. Ma il suo tentativo non ebbe successo: non ci fu alcun incontro tra lui e il presidente americano, che forse non ricevette mai la petizione del futuro leader vietnamita. Deluso da Wilson, Nguyen si sarebbe poi rivolto a Marx, Lenin e al bolscevismo. “È stato il patriottismo e non il comunismo a farmi credere in Lenin” avrebbe scritto qualche tempo dopo, quando già aveva preso il nome di Ho Chi Minh».

Così, a futura memoria di quanto accaduto nel passato.

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