«Un minimo di saggezza»

Goffredo Buccini, sul Corriere della Sera in edicola ieri, scrive: «La stabilità non sta necessariamente nei sistemi elettorali (benché sul proporzionale qualche dubbio sia lecito): sta nella corrispondenza tra formule politiche e realtà sociali. Così non avrà molto senso questa affannosa caccia ai centristi di oggi e di domani, se il centro politico non ritroverà la sua gravità permanente tra gli italiani in carne e ossa». Pur non condividendo il suo dubbio ed essendo io totalmente disinteressato alle sorti del centro, pienamente politico o meramente parlamentare che sia, devo dire che il ragionamento di fondo lo ritengo corretto.

L’editorialista di via Solferino parla delle difficoltà a creare un polo moderato strettamente legate alla «fine del ceto medio» (per citare un titolo di un lavoro di cui un altro collaboratore del Corriere, Massimo Gaggi, fu coautore ormai quindici anni fa); e ha ragione, lo dimostrano le cose che avvengono. Ma dice anche, ed è qui che lo trovo ancora più convincente, che le formule politiche devono avere corrispondenza nelle realtà sociali, se si vuole stabilità, o almeno un respiro lungo abbastanza da affrontare il compito a cui i compiti di rappresentanza e governo chiamano. E aggiungo io che tale corrispondenza deve esserci pure nelle dimensioni delle formule politiche rispetto alle realtà sociali di cui si vorrebbero espressione (ed è perciò che non condivido il giudizio sul proporzionale lasciato emergere dalle parole di Buccini). C’è oggi tutto questo? Non so: so, però, ad esempio, che molti commentatori sostenitori dell’attuale governo dimissionario spiegano che, andando a votare, vincerebbero quelli che oggi gli si oppongono, ammettendo, implicitamente, che schema e dimensioni dell’accordo di maggioranza in parlamento non trovano pari riscontro nelle altre articolazioni della società.

Quindi, sulla scorta di quello che pure Buccini scrive, e per rifarci a un caso che spesso viene usato quale paragone e simbolo di solidità politica e istituzionale, probabilmente la maggiore stabilità dei governi tedeschi (per inciso, il Bundestag è eletto su base proporzionale), non è dovuta alla formula politica in sé, quanto al fatto che questa corrisponda, nella società, a una realtà concreta e solida, che in quella formula si rispecchia.

Dopotutto, il numero di quanti nel corso del tempo abbiano guidato il governo appassiona solo i patiti della statistica. A loro, però, si potrebbe rispondere che sì, l’Italia ha avuto più di sessanta governi, e di questi quasi cinquanta nella sola cosiddetta prima repubblica. Però, nel periodo che va dall’assemblea costituente a tangentopoli, ci sono state appena dieci legislature, e solo quattro esecutivi (per di più solamente dagli anni ’80 e per un totale di appena cinque anni fra tutti), in quel lasso di tempo, sono stati guidati da esponenti di partiti diversi da quello ininterrottamente di maggioranza (una volta assoluta, tutte le altre relativa) nelle due camere.

Se avessimo «un minimo di saggezza», per citare Moro, potremmo immaginare che fosse così allora perché quella corrispondenza c’era, e quell’«opinione pubblica», che poi, in fondo, era società e si faceva, all’occorrenza, elettorato e militanza, per decenni, trovò in quella forza politica «la sua espressione e la sua difesa». È questo riconoscimento a mancare oggi, e difficilmente credo che lo si possa sostituire con rocambolesche, azzardate e vertiginose traiettorie parlamentari.

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