Solo una suggestione, direi, “cinematografica”

In questi giorni di governi di minoranza, reincarichi, consultazioni, maggioranze trasversali, eccetera, eccetera, eccetera, è inevitabile che la mente rifugga verso i fasti della politica passata. Una suggestione che definirei “cinematografica”, come spiegherò se avrete la bontà e la voglia di leggere avanti, mi si è fatta incontro leggendo editoriali e commenti su giornali che furono giustizialisti – immagino per eterogenesi dei fini rispetto agli intenti di quegli autori e con forte senso del paradosso – a proposito di presunti sabotaggi del governo dei buoni e dei giusti perpetuati dai sempre in agguato “poteri forti”.

Osservando quei travagli in corsivo dalle vesti stracciate per il complotto dei senza nome ai danni dei soi-disant migliori governanti, e di come e quanto essi abbiano tramato per far cadere l’esecutivo del popolo, per il popolo, con il popolo, ho pensato a tre scene di altrettanti film. La prima è da Hammamet di Gianni Amelio, quando a Craxi che sminuisce la questione dei soldi al partito dicendo che la Chiesa li ha sempre presi e nessuno ha mai detto nulla, il compagno (ipotetico) Sartori risponde: «Ma noi non siamo la Chiesa, siamo i cani che ci sono entrati. E con i cani si usa il bastone». La seconda è dal Divo di Paolo Sorrentino, dove un Andreotti pensoso sembra sconvolto dalla condanna ricevuta non tanto per questa in sé, quanto per la possibile conseguente revoca dei titoli di laurea ad honorem, perché, spiega, per uno che viene dalla provincia, il riconoscimento culturale è fondamentale. La terza, infine, è di una pellicola americana, Frost/Nixon di Ron Howard, dove si vede l’ex presidente telefonare al giornalista e confidargli che, in fondo, pur diventando l’uomo più potente del mondo, non è mai riuscito a superare il senso di inferiorità in cui alcuni sguardi dei ricchi e colti per destino continuamente lo stringevano.

Nessuna delle tre figure citate sarebbe piaciuta ai commentatori che evocavo, e di alcune di loro si son fatti accusatori morali, prima che politici. Eppure, il tema da loro sollevato e quello nelle scene citate, non differiscono poi di molto: gli sconfitti dalle cose per quello che sono (le cose, non loro, o forse sì; fate voi), sembrano alludere alle volontà di altri per escluderli dalla partecipazione attiva e piena al tavolo delle cose che contano, anche solamente per farli continuare a sentire inadatti, per provenienza e formazione.

Certo, le differenze ci sono tutte e sono evidenti. Oggi il chiacchiericcio è assordante, e il vittimismo dei protagonisti mal capitati, intendendo proprio capitati male per chi ha dovuto subirne la presenza, sono ben al di là delle reali dimensioni dei fatti che accadono, se ci si prendesse la pena di verificarli per quello che sono e per le motivazioni e le ragioni per cui avvengono. I tre protagonisti di quelle pellicole, invece, oltre agli sbagli e agli errori che nessuno potrà mai emendare, han fatto e facevano pure politica.

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