Cosa avremmo fatto noi? Cosa faremmo? Cosa facciamo?

Il deputato Spd Adolf Arndt, nel 1965, in sede di discussione parlamentare per l’estensione dei termini di prescrizione per omicidio (20 anni, nella legislazione tedesca della Rft di allora), a pochi mesi dall’applicazione di tale eccezione persino per i crimini nazisti, d’ufficio datati alla fine del Terzo Reich, l’8 maggio 1945, disse intervenendo al Bundestag: «Anch’io mi dichiaro colpevole. Perché, vedete, non sono sceso in strada a protestare quando ho visto che gli ebrei venivano portati via. Non mi sono appuntato la stella gialla e non ho detto: Anch’io. […] Non posso dire di aver fatto abbastanza. […] Nessuno può dire: Non ero ancora nato, questa eredità non mi riguarda» (in Géraldine Schwarz, I senza memoria. Storia di una famiglia europea, Einaudi, 2019, p. 122).

Cosa avremmo fatto noi, al suo posto? E se quelle vessazioni dovessero ripresentarsi, cosa faremmo? O ancora, quando delle ingiustizie le vediamo oggi perpetuate, cosa facciamo? Dinanzi ai crimini assoluti che in questa giornata si ricordano, tutti siamo profondamente e onestamente addolorati. Sono certo che in molti, vedendo quel che accadeva nei lager, avrebbero fatto qualcosa per impedirlo. Ma perché in pochi agirono prima, quando videro gli ebrei privati dei diritti per gli altri inviolabili? Quanti furono quelli che, al contrario, accettarono la cosa, traendone pure qualche vantaggio? Chi prese il posto del funzionario cacciato per la sua fede? Chi l’impresa tolta al titolare per ragioni razziali? Non fu quel silenzio un avvallo a quanto accadeva? Quanti si opporrebbero a un’ordinanza comunale che discriminasse fin nel più elementare diritto gli stranieri e i loro figli? Quanti a un decreto che precludesse ai richiedenti asilo l’iscrizione all’anagrafe, e quindi l’accesso a beni e servizi essenziali? Non portano anche questi provvedimenti il germe di quella divisione fra gli uomini che ebbe gli effetti che sappiamo? E perché non diciamo abbastanza, non facciamo abbastanza, non ci opponiamo abbastanza, ma spesso ci distraiamo, stiamo in silenzio, addirittura diamo corso a quelle direttive come fossero la più normale delle regole?

Risposte, purtroppo, non ne ho. Ma se tutto accadde, accadde anche perché in pochi parlarono contro quello che accadeva, spesso conformandosi a quanto vedevano succedere intorno, alle leggi che quella “normalità” emanava. Come nei versi di Niemöller, non dissero nulla quando vennero a prendere gli altri, semplicemente perché erano altri. Diremmo noi qualcosa, se accadesse di nuovo? Diciamo noi qualcosa, quando accade, seppure in forme più lievi (ma anche allora, non tutto avvenne subito con la brutalità con cui poi lo si conobbe), che altri siano vittime di misure che mai accetteremmo su noi stessi?

Nelle prime pagine del suo libro di memorie scritto nel corso degli anni novanta e pubblicato nel 2000, Vittorio Foa scrive: «Alla presentazione di La parola ebreo di Rosetta Loy dico a Giulio Einaudi che ho dei nodi da sciogliere e subito mi chiede di scriverci un libro. Sto pubblicando le mie lettere e quindi i nodi sono rinviati. Ecco un nodo che è amaro. Dall’arrivo delle truppe alleate, nel 1943, al 1948 l’Italia liberata dal fascismo si è affollata di illustri antifascisti che si distinsero, appunto come antifascisti, nel teatro della cultura italiana. Erano cattolici, liberali, azionisti, comunisti (molti). A parte Benedetto Croce e i pochi reduci dall’esilio e dalle carceri, non uno di quegli illustri antifascisti aveva detto una sola parola contro la cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle università, dal lavoro, contro quella che è stata un’immonda violenza. I nomi che mi vengono subito in mente sono quelli della mia parte politica, taciturni come tutti gli altri. Mi riesce difficile rinunciare a questo discorso anche se non so bene perché diavolo lo faccio. Forse non sto cercando una condanna morale ma solo il riconoscimento di un fatto» (V. Foa, Passaggi, Einaudi, 2000, pp. 4-5; il paragrafo è datato 1998).  

È oggi che siamo chiamati a vigilare; altrimenti, tutto quel che è stato può essere di nuovo.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.