Come Mosè il Mar Rosso, proprio

Goffredo Bettini, che dicono essere una delle voci più ascoltate da Zingaretti, ha detto ieri durante la trasmissione di La7 Omnibus: «Conte è imprescindibile, non c’è nessun motivo per toglierlo. Ha garantito il Paese, ha rimesso il Paese sui binari dell’Europa. Ha diviso il populismo fra quello mite e quello estremista». Nientedimeno: ha garantito l’Italia, l’ha rimessa nel solco europeo e ha separato il mare del populismo nostrano, come Mosè divise il Mar Rosso e indicò la via della salvezza.

Ora, io non so se davvero Conte sia imprescindibile, come dice Bettini; di sicuro, mi convince poco l’idea che quest’ultimo ha sull’effetto “divisorio” dell’«avvocato del popolo» rispetto ai populismi italici. Se non era un caso di omonimia, Conte è proprio quello che quei due populismi ha unito, facendo il presidente del Consiglio e il tratto, appunto, di unione in un governo con Salvini e Di Maio. A separare M5S e Lega, semmai, è stata l’azione combinata della voglia di verificare nelle urne gli auspici dei sondaggi di Salvini e della scaltrezza (aggiungerei «cinica», se consideriamo quanto fino al momento prima avevano detto) del gruppo dirigente del Pd e del suo ex segretario (quanto mai oggi rinnegato dai sostenitori d’un tempo), pronti a infilarsi nel mezzo di una relazione finita nell’euforia di un locale estivo.

Perché io un po’ il ragionamento sull’imprescindibilità, numerica più che politica, lo capisco; in quel parlamento, con quei numeri, un governo che si formi senza che a indicarne il nome del presidente del Consiglio sia il gruppo più numeroso è difficile da immaginare. E quel gruppo un nome migliore di quello che ha espresso già nel 2018 non ce l’ha. Detto questo, però, non è possibile dimenticare che chi oggi siede a Palazzo Chigi è appunto lo stesso che lì s’insediò nel 2018, quando a sospingerlo erano forze che non nascondevano l’avversione all’Ue e all’euro (tutt’e due i contraenti del patto di governo, non uno solo), e che del populismo senza distinzioni faceva segno distintivo, fino a compiacersi delle benedizioni del demagogue in chief o a non stigmatizzare l’incontro fra un importante ministro del suo esecutivo e i leader di una protesta a tratti violenta contro istituzioni liberamente e democraticamente elette.

A dirla tutta, a me spaventa precisamente quel suo carattere da Zelig impenitente, in grado di sorridere soddisfatto durante la presentazione di provvedimenti cruenti e reazionari, quali i cosiddetti “decreti Salvini”, e, nel volgere di qualche mese, per non dire settimane, sembrare convintamente schierato su posizioni progressiste così spinte da farsi inseguire persino da quelli che, a loro detta, dovrebbero essere i campioni e gli araldi della sinistra. Verrebbe da chiedergli cosa pensi davvero, se non si corresse il rischio di un avvitamento retorico, questo sì e unicamente ciò, degno delle migliori stagioni politiche passate di questo Paese.

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