Vincolo di mandato e maggioritario, al massimo, sarebbero un velo

A me il proporzionale piace; lo vorrei puro, senza soglie e premi, e con le preferenze, singole. E sono un convinto difensore dell’indipendenza da vincoli di mandato. Questo, a Costituzione vigente, che in quel senso mai vorrei veder cambiata, significa che il governo si deciderebbe sempre nelle aule, dopo i risultati elettorali, non prima, sulle schede. Perché non si vota un governo, qui, ma dei rappresentanti in parlamento; loro voteranno, o meno, la fiducia a un esecutivo, individuato in base a quello che il responso delle urne indicherà possibile nei numeri e nelle formazioni politiche. «E allora», mi si potrebbe dire, «perché critichi le alleanze fra partiti diversi, presentatisi in antitesi tra loro in campagna elettorale?».

Il fatto, però, è che io non critico le alleanze fra diversi; m’intristisce il considerare con quanta foga, fino al giorno prima, le stesse siano state escluse, persino in ipotesi, dai protagonisti. A me non scandalizza che Tizio decida di sostenere un governo con Caio, ma che si precipiti a giurare da ministro la mattina, mentre la sera precedente scriveva #senzadime, #maiconquellilì. L’elenco sarebbe lungo, ma il punto rimarrebbe, a mio avviso, lo stesso. Se mi si chiedesse un voto con un ragionamento del tipo «se eletti, cercheremo di fare un governo o stare all’opposizione in base alle condizioni che si avranno, ma in ogni caso proveremo a portare avanti i punti programmatici su cui ci impegniamo, e che sono questi e quelli», io deciderei in piena libertà e coscienza di votare o meno, sapendo, comunque, quello che scelgo. Se invece, come capita, mi si chiede un voto dicendo «noi siamo radicalmente alternativi a quelli lì, e cascasse il mondo mai ci vedrete insieme», e poi proprio con quelli lì ci si accorda e si dà vita a un progetto politico che si difende strenuamente, dopo averlo escluso con identica veemenza, allora mi si è raccontata una cosa non vera; questo mi spinge ad allontanarmi. E non è obbligando i rappresentanti al rispetto d’un mandato o forzando l’esito delle urne in senso maggioritario che si risolverebbe la questione; quelle regole, al massimo, la nasconderebbero.

Perché il voto, in fondo, altro non è che un’attestazione di fiducia. Se però, già nelle sue premesse, questa pare più esser carpita che chiesta, ad uscirne male è il sistema tutto. Le disaffezioni, le astensioni, infatti, potrebbero non essere tanto legate alla circostanza per cui in parlamento si formino maggioranze non votate (ché è sempre stato così, eppure l’Italia aveva una fra le più alte partecipazioni elettorali d’Occidente), quanto alla considerazione di come, ad appassionate parole di fuoco contro questo e quello, corrispondano, il giorno dopo, secchiate di acqua gelida lanciate con altezzoso distacco.

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