«Per quelli della sua generazione la politica andava nutrita di studi, di libri»

Nel bel ricordo che di Emanuele Macaluso, scomparso ieri a 96 anni, traccia Concetto Vecchio per Repubblica, più di tutto mi ha colpito una frase: «Leggeva in continuazione. Perito minerario aveva avuto sempre un complesso d’inferiorità verso la cultura, un gap che aveva cercato di colmare divorando letteralmente tutti i classici. Per quelli della sua generazione la politica andava nutrita di studi, di libri. Fino all’ultimo ha girato per casa con un classico in mano». Una descrizione precisa dell’uomo Macaluso, ritengo, ma, appunto, di tutta la generazione a cui apparteneva e di quella immediatamente successiva.

Macaluso era nato nel ’24, e la sua vita è stata profondamente legata a quella del suo partito, il Pci, nato appena qualche anno prima di lui, e alla storia intera del nostro Paese. Penso ai comunisti della sua generazione, e mi viene in mente Angelo Ziccardi, nato nel ’28, formatosi, come Macaluso, direttamente nelle lotte bracciantili del meridione d’Italia, e la sua casa materana piena di libri. Ma penso anche ai socialisti di quella generazione, e torno con i ricordi a un comizio a Tricarico, il paese di Rocco Scotellaro, e un viaggio nella mia auto con Michele Cascino, classe 1931, lombardiano, capace di tenermi tutto il tragitto a spiegarmi di quanto fosse importante Proudhon per capire i rapporti di forza ancora vivi nelle società attuali e la necessità di arrivare alla libertà che può darsi pienamente legittima solo attraverso le proprietà ottenute col lavoro (e di quanto, fra queste, quelle intellettuali e culturali fossero le più concrete e realmente “possedibili”). E so che non era diverso per i democristiani, i liberali o i repubblicani.

Perché non è più così? Sinceramente, non lo so. Sarà per una degenerazione della democrazia intesa come anonima equivalenza assoluta dei partecipanti alla società degli uomini, sarà per la deriva che sta prendendo l’intera civiltà da questa parte del mondo, o per ragioni che non colgo nemmeno in suggestione; fatto sta che quella che corre attraverso gli studi e i libri non è più la via che conduce alla politica.

Siamo passati, nel volgere di qualche decennio, dall’idea di un riscatto culturale e dall’appropriazione delle parole e della conoscenza quale via di liberazione delle masse e dei singoli, a una visione taumaturgica in cui ci salverà un like allo sciamano di turno. E no, non c’entrano i mezzi di produzione e diffusione del sapere, che semmai ne favoriscono e semplificano l’accesso: c’entra la considerazione di questo nella vita di ogni giorno. Ed è penoso misurarne lo stato.

Penso a Macaluso, visto da lontano, e Ziccardi, conosciuto più da vicino, e sento Giuseppe Di Vittorio spiegare quanto fosse necessario sapere e conoscere, prima di agire o rivendicare. Ricordo Cascino e rileggo le parole di Riccardo Lombardi, a Torino, nel 1967, quando disegnava una società, e una forma di benessere, «che domanda più cultura, che domanda più soddisfazione ai bisogni umani, più capacità per gli operai di leggere Dante o di apprezzare Picasso, perché questa, che preconizziamo, è una società in cui l’uomo diventa diverso a poco a poco e diventa uguale; diventa uguale all’industriale o all’imprenditore non perché ha l’automobile, ma perché è capace di studiare, di apprezzare i beni essenziali della vita».

Riposate in pace. E se potete, siate comprensivi col nostro presente.

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