Dopotutto, quelli sono

Ora che da “Giuseppi” Conte si è passati a Giuseppe “Conta”, e la maggioranza sostenuta e incarnata da quelli che, a parole, sempre hanno avversato l’indipendenza di mandato e il trasformismo nelle aule parlamentari, cerca la via per sopravvivere proprio attraverso quelle procedure e pratiche (che Dio sempre le benedica entrambe), le cose vibrano sotto riflessi d’ironica illuminazione.

Chi l’avrebbe mai detto che uno dei protagonisti, non sappiamo quanto nei voti, di sicuro nel racconto mediatico, di questa storia sarebbe stato Clemente Mastella? L’attuale sindaco di Benevento, in effetti, è stato capace di fare il ministro con Berlusconi e poi, ad appena tre legislature di distanza, con Prodi; un dilettante del cambiamento, se si pensa che molti degli attuali ministri sono passati da un governo con Salvini a uno sostenuto dal Pd, Renzi e Liberi e Uguali in appena un mese e a camere invariate. Di contro, Zingaretti & co. danno ora dell’egoista irresponsabile a Renzi; ma il Renzi di oggi è lo stesso che hanno sostenuto ieri, a cui hanno votato in aula la fiducia una cinquantina di volte, che guidava il partito per cui hanno chiesto i voti nelle diverse campagne elettorali, con i medesimi difetti e gli identici pregi (e ciò non significa nulla o molto poco, per carità, però può tornare utile per il domani, diciamo); capisco che «la ditta» voglia ora aver ragione di chi ha provveduto in parte a liquidarla, pero, per dirla con l’Eskimo che di sicuro più volte han cantato, «bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà».

La situazione non è drammatica perché il secondo Matteo della novella governativa contiana “ha dato di matto”, ma perché proprio così è costruito il tutto, racconto e impianto della storia. Quelli sono; cos’altro attendersi? Il Pd è passato dal condividere le intemerate di liberali olandesi che davano del «burattino» al presidente del Consiglio e dal ripetere fino allo stremo e a beneficio dei followers professioni di incompatibilità con i grillini, a difendere, quasi ultimi giapponesi, l’ineluttabilità del premier e la bontà dell’alleanza. Gli altri, i pentastellati, mutati in due settimane così profondamente dal «mai col partito che toglie i bambini con l’elettroshock» al governo col Pd strenuamente sostenuto, volendo tacere, per salubrità di linguaggio, su cosa avrebbero detto se quei movimenti parlamentari che ora invocano (addirittura evocando responsabili «costruttori», parola così vicina a muratori che sicuramente è sfuggita loro l’assonanza) si fossero manifestati in altre direzioni e a sostegno di differenti schemi di governo e protagonisti.

Come altre volte, «la situazione politica in Italia è grave, ma non è seria».

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