«Il problema degli altri è uguale al mio»

«Non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto persuaso», da tutto l’entusiasmo che ho sentito intorno al passaggio dei dipendenti di uffici pubblici e privati allo smart working, dal consenso diffuso nelle categorie da quei settori non dipendenti sulla chiusura di bar e ristoranti, dall’insistere, degli uni e degli altri, sulla necessità di fermare la didattica in presenza, e rimandare i ragazzi a studiare lontani dai loro compagni, dai propri insegnanti.

E poi ho visto i lavoratori dello spettacolo soli, nel chiedere che pure loro fossero considerati nella misura opportuna. E ancora il ribadire, un po’ da tutti, la superfluità di una palestra o una scuola di ballo, che però è fondamentale per chi, di quel lavoro, campa. E tutti contro tutti, ad additare il privilegiato o indicare il sacrificabile. E io, tutelato, mi son visto accusato di nutrire «sensi di colpa da sacrestia», per aver espresso il dubbio che forse sarebbe stato il caso e giusto che a quelli come me, fra gli altri se non per primi, venisse chiesto un contributo di solidarietà. E gli industriali pronti a chieder sacrifici, almeno quanto indisponibili ad accettare una patrimoniale. La lista potrebbe esser lunga, ma il senso non muterebbe sviluppandola oltre. Il fatto è che il distanziamento è diventato sociale davvero, e un popolo già egoista e incattivito si sta scoprendo al meglio per ciò che è. Dopotutto, da sempre, e credo ancora per molto tempo in avanti, in questo Paese ogni evento importante «non “rivoluzione”, no, ma “rivelazione” è stato».

Lo so, ho giocato con le citazioni e i frammenti. Voglio allora chiudere con un altro, da un film, Signorina Effe, di Wilma Labate. Alla fine della dura stagione di lotta ai cancelli e dentro gli stabilimenti della Fiat, tenzone che fu sconfitta dalla sempre proterva «maggioranza silenziosa», Sergio, operaio e attivista sindacale, perde il proprio lavoro, s’indebita e compra una licenza di taxi (e quanti, con storie simili, erano in strada l’altro giorno?). In una Torino diversa, gli capita di prendere a bordo la ragazza della sua giovinezza, già impiegata negli uffici della sua stessa fabbrica, allontanatasi da lui negli anni dello scontro tra gli operai e i padroni e proprio per questo, e come lui, alla fine, licenziata.

«Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio». E l’oggi è lì a dimostrarlo.

Questa voce è stata pubblicata in libertà di espressione, politica, società e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.