Di quell’incertezza che si pensava sconfitta

Non finisce frase su impegni futuri, nella mia lingua d’origine, senza la locuzione: «s’ Deij vol». Se Dio vuole. Un po’ come l’«Inshallah» della tradizione islamica, ma più pressante, perché non rivolto solo alla speranza che quell’evento di cui si parli si verifichi, quanto anche al suo semplice prevederlo nel novero delle cose usuali: «n’ v’deim craij; s’ Deij vol». A domani, se Dio vuole. Sapendo che il «cras» latino, in quel parlare, può pure essere o divenire tranquillamente «mai».

Ora, le vite d’Occidente, che sulla prevedibilità della rotazione delle sfere dell’orologio hanno fondato il proprio organizzarsi, devono fare i conti con la dimensione che ai vinti nella competizione su base industriale fu sempre presente: l’incertezza. E le tensioni che vediamo accumularsi nello svolgersi dell’attualità, così come le schizofreniche risposte che ai problemi vengono date da chi è chiamato ad assumerle, altro non sono che la manifesta incapacità di contenere l’imprevedibile nell’orizzonte delle proprie possibilità, che si vorrebbero onnipotenti e onniscienti. Però queste sono le proprietà del divino, non le attitudini dell’umano: quella tradizione lo sapeva e l’accettava, con la rassegnazione figlia del fatalismo; questa ha pensato che così non fosse o non fosse più, e ora rabbiosamente sbatte contro la certificazione della sua parziale impotenza e nella presa d’atto d’una parzialità ineludibile della propria conoscenza in divenire.

Ho soluzioni da offrire? No. E non ho nemmeno disposizioni d’animo da suggerire, per quelli che, più di altri o comunque al di là delle loro forze, si devono confrontare con le difficoltà materiali che, in un modo o nell’altro, sono collegate e connesse con la situazione che stiamo tutti vivendo. Temo però che non sia sottovalutabile il ruolo che l’imprevedibilità, presasi di nuovo il suo spazio nelle nostre vite, sta avendo su quello che vediamo accadere.

E sugli animi di chi le cose che accadono subisce.

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