I soliti tedeschi? Sì, ma non solamente

Scrive Danilo Taino nel suo editoriale sul Corriere della Sera di ieri: «Il coronavirus ha messo in evidenza la fragilità dell’Europa – ha detto Angela Merkel davanti al Parlamento tedesco che discuteva del Consiglio europeo sul Recovery Fund. Quello che la cancelliera tedesca non ha detto e non poteva dire per opportunità è che in questa fragilità c’è un Paese che fa eccezione e che questo è la Germania. La quale si avvia a uscire dalla prima fase della pandemia decisamente meglio della Francia, dell’Italia, della Spagna e anche della Gran Bretagna post Brexit».

Esattamente. E non è fato, come una certa vocazione al melodramma potrebbe indurre a ritenere, è politica, prim’ancora che organizzazione. Ancora Taino: «Berlino non ha solo contenuto meglio il virus e limitato il numero dei decessi, non sta solo sostenendo più efficacemente l’economia: ha anche assunto il ruolo di leadership quando Merkel ha aperto la strada al Recovery Fund della Commissione Ue. […] Nonostante il recente focolaio nel Nord Reno Vestfalia, nella gestione della crisi sanitaria ha mostrato di possedere una governance come pochi altri Paesi. Ha ritrovano una certa stabilità politica, con i cristiano-democratici di Merkel tornati forti nei sondaggi. Ha dimostrato, se ce n’era bisogno, che il suo modello di zero deficit e di debito pubblico sotto controllo è decisivo per avere spazi di bilancio anticiclici nei momenti di crisi. Sta consolidando la sua egemonia nei Paesi del Nord Europa, i quali accetteranno in qualche modo il Recovery Fund; in quelli dell’Est, che saranno tenuti vicini attraverso il bilancio 2021-2027 della Ue; in quelli mediterranei grazie agli aiuti europei a loro destinati e al fatto che le catene di produzione del valore, all’interno delle quali l’Italia ha un ruolo importante, tendono sempre più ad avere il cuore in Germania. Inoltre, l’asse con Parigi si è consolidato. Non solo. Tra i maggiori Paesi del mondo, la Germania è probabilmente quello che uscirà meno peggio dalla crisi […]. Una forte reputazione globale della Germania si riverbererà sui rapporti di potere nella Ue».

Non si tratta di simpatie o antipatie: qui, i sentimenti, contano relativamente poco. Si tratta di politica (e delle donne e degli uomini che la fanno). Potrà non piacerci, ma è un fatto. Oggi che arriva il cattivo tempo, loro possono rilanciare, in virtù delle scelte fatte ieri. Qui sta la differenza; loro han fatto politica, pensano agli scenari che si sarebbero potuti determinare. Qua si è fatta campagna elettorale, pensando a come trovare un po’ di consenso, a destra e sinistra. E sì, le differenze storiche ci sono, fra i due Paesi, e sono importanti. Però, il nostro vittimismo non aiuta, anzi.

Anche perché, quando sono stati loro quelli a doversi risollevare, l’hanno fatto meglio e prima.

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