Ma siamo davvero così poveri?

«Quanto tale reddito dei poverissimi fosse letteralmente “da fame” lo testimoniano innumerevoli fonti, dal cinema neorealista, pieno di storie di povertà estrema, alla stampa quotidiana, in cui ricorreva spesso il “dramma dei tuguri” in cui ancora abitavano milioni di persone. Del resto, il censimento del 1951 sta lì a documentarlo: su 100 abitazioni, solo il 10.4% era dotato di un bagno, mentre oltre il 51.5% doveva accontentarsi di una “latrina esterna” o addirittura era privo di qualsiasi servizio» (Luca Ricolfi, La società signorile di massa, La nave di Teseo, 2019, pag. 50).

Parla degli anni dell’immediato secondo dopoguerra, il sociologo torinese, e disegna un quadro davvero difficile, che chi ha genitori cresciuti in quel periodo – come chi scrive – ha già sentito raccontare almeno quanto spesso ha voluto dimenticarlo. E oggi? Sempre Ricolfi: «Oggi, rispetto ai primi anni cinquanta, il potere di acquisto medio è quasi quadruplicato: la famiglia media ha un reddito annuo di 46.000 euro, e per di più è molto meno numerosa. Se, anziché il reddito familiare considerassimo il reddito equivalente, dovremmo concludere che il potere di acquisto è oggi quasi cinque volte il livello del 1951. Se poi avessimo abbastanza dati per scorporare da queste cifre il reddito degli immigrati, il miglioramento del nostro tenore di vita risulterebbe ancora più evidente; un calcolo approssimativo suggerisce che, al netto degli immigrati, il reddito familiare medio dei cittadini italiani (compresi gli italiani poveri) sfiori i 50.000 euro l’anno. Una cifra che, in media, si ripartisce su poco più di due persone, diversamente da quel che accadeva negli anni cinquanta, in cui la famiglia-tipo era composta da quattro persone» (Ibid.). Eppure, adesso ci lamentiamo più di allora. Forse perché il patrimonio lo stiamo intaccando e ce ne rimane poco? Vediamo.

«Nel 1951 la ricchezza media della famiglia italiana, valutata ai prezzi attuali, era di circa 100.000 euro. Quarant’anni dopo, ossia all’inizio degli anni novanta, era salita a circa 350.000 euro, da allora – pur fra molte oscillazioni – fluttua poco sotto i 400.000 euro» (Ibid., p. 52). Le sostanze di cui disponiamo sono quelle accumulate dalle generazioni dei genitori e dei nonni? «È così, ma non è tutto. Un contributo fondamentale all’aumento della ricchezza è venuto anche da due altre fonti: il debito pubblico e le bolle speculative sui mercati finanziari» (Ibid.).

Dunque, qualcuno potrebbe dirmi, i giovani di oggi pagano per i debiti fatti da chi li ha preceduti, e per gli azzardi che questi hanno corso? Neanche per sogno, e per due ragioni. Quando si dice che la vita di oggi per i figli è più difficile di quella che hanno avuto i loro padri, penso sempre ai venti metri quadrati di stanza unica e unica apertura in cui è cresciuto il mio, di padre, con i genitori e altri due fratelli e penso ai consumi dell’età odierna e allo sperpero del necessario nell’ambizione dell’ennesimo superfluo. E poi, perché proprio non è vero nei fatti, che oggi si stia peggio di ieri, anche come potere di spesa e ricchezze possedute dalle generazioni presenti.

Infatti, al termine della «lunga crisi degli anni duemila, il potere di acquisto del reddito è praticamente identico a quello di trent’anni fa, ma il valore reale della ricchezza si colloca, a dispetto della crisi, sensibilmente sopra il livello dei primi anni novanta (+20%). Non solo ma, in rapporto al reddito disponibile, ancora oggi in Europa c’è solo un fazzoletto di terra più patrimonializzato dell’Italia, quello che riunisce Olanda, Belgio e Danimarca: tutti gli altri paesi, compresi la Germania, il Regno Unito, la Francia sono meno patrimonializzati di noi» (Ibid., pp. 53-54).

Eppure, come si diceva, oggi ci lamentiamo più di ieri, digitando il nostro scontento sull’ultimo smartphone ad altissima tecnologia, col quale abbiamo appena postato la foto dell’apericena in centro o scritto un piccolo elzeviro stigmatizzando le file davanti agli outlet, mentre acquistavamo online quel capo alla moda che da tempo stavamo cercando – lontano dagli occhi di quelli che avrebbero potuto scrivere di noi, s’intende.

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