Cronache dal paese dove è sempre tempo di migrare

Beppe Severgnini non è tra le mie letture quotidiane preferite, lo confesso. Però, quanto ha scritto ieri sul Corriere della Sera, è «se non del tutto giusto/ quasi niente sbagliato»: «Cinquecentomila italiani hanno lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni; metà di questi sono giovani sotto i 34 anni. Una migrazione costata al Paese 16 miliardi di euro, più di un punto di Prodotto interno lordo. Numeri impressionanti, se fossimo ancora capaci di lasciarci impressionare. Ma abbiamo perso questa dote. I numeri scivolano tra gli urli della politica e le sorprese della cronaca quotidiana: questi nostri connazionali lontani sono diventate figure sfocate».

E ancora: «Perché vanno via, tanti giovani e meno giovani italiani? Ci sono tanti Marco Polo che esplorano, per fortuna. Ma ci sono tanti Montecristo che scappano da pratiche inaccettabili o faticose (retribuzioni inadeguate, meccanismi aziendali arrugginiti, professioni invecchiate male, pratiche opache nelle amministrazioni e nelle università) e da condizioni oggettivamente difficili […]. Ogni grande questione nazionale, se non viene risolta, finisce per diventare un rumore di fondo. Sta accadendo con la nostra nuova migrazione. […] Chi non risponde, allora? L’Italia, tutti noi, che di questa comunità diffusa parliamo poco. E, quando lo facciamo, diamo l’impressione di raccontare una élite distante: mentre gli Italians vengono da ogni regione, da ogni professione e da ogni condizione sociale ed economica».

Su una cosa, Severgnini non mi convince affatto. Quando dice che il sistema Italia dovrebbe, se non «per stima o per affetto», occuparsi dei propri emigrati «per interesse», perché essi rappresentano «una risorsa formidabile, di cui non tutti i Paesi dispongono», una sorta di promoters all’estero di cui l’economia del Belpaese può approfittare, mi fa letteralmente incazzare. No, non perché non sia pragmaticamente giusto e vero quello che scrive, perché lo ritengo ai limiti dell’offesa aggiunta al danno.

Cosa voglio dire? Provo a raccontarlo con un aneddoto. Anni fa, quando tentavo di guadagnarmi da vivere nella regione in cui son nato facendo il giornalista e occupandomi di comunicazione, a una manifestazione nata per premiare i lucani affermatisi al di fuori dei confini di quella terra incontrai un amico che non vedevo da anni. Mi disse che seguiva l’evento perché legato al premiato, ma che non sopportava quel genere di cerimonie. «Già devo sorbirmi tronfi assessori che vantano, quale effetto delle proprie politiche, l’aumento del numero dei turisti, conteggiando fra questi pure, se non principalmente, gli emigrati di ritorno, andati via proprio in virtù della loro incapacità amministrativa», mi disse, «ricevere da quelle stesse mani un premio per esser stato costretto a fare lontano da qui quello che non mi hanno permesso di fare a casa mia, lo trovo davvero troppo. Offensivo, anche».

Non sto dicendo che la tesi di Severgnini sia offensiva in sé; è che tale può esser percepita. Lui parlava di farsi forza di simili risorse offrendo, al contempo, ai ragazzi emigrati occasioni occupazionali e persino di ritorno in patria, o almeno di una continua relazione con questa. Lo capisco. Nondimeno, forse perché migrante da sempre e da generazioni, leggendole ho pensato a una moderna visione delle rimesse, quelle che il mio bisnonno mandava a casa da New York all’alba del secolo scorso e mio nonno dalla Svizzera, nel secondo dopoguerra.

E che facevano sì che, ancora negli anni ’70, alla voce «Basilicata» di un’enciclopedia geografica della Garzanti si potesse leggere: «Si può affermare, in via paradossale, che l’emigrazione è una delle principali risorse economiche […]. Una sensazione addirittura visiva dell’imponenza di tale fenomeno si ha nei paesi più poveri della campagna: mancano quasi del tutto gli uomini validi e abbondano le donne, i vecchi, i bambini. Decine di migliaia di famiglie vivono con le rimesse degli emigrati».

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