Come saremo ricordati?

«Era un nazista. Eravate tutti nazisti. Nella Germania Est siete diventati tutti comunisti. Siete fatti così, se domani atterrano gli omini verdi da Marte diventati tutti marziani». È sprezzante l’ufficiale americano che, nel film Il labirinto del Silenzio, risponde alla ricerca della verità sul passato di un insegnate al giovane procuratore Johann Radmann (sullo schermo, Alexander Fehling), da un superstite della Shoah individuato come una delle SS in servizio ad Auschwitz.

Sprezzante, sì, ma anche umano, nel suo consigliare, forse troppo paternalisticamente, di non indagare sul proprio genitore, quando vede il giovane giurista ormai sempre più inorridito, sta istruendo gli atti e raccogliendo le testimonianze per quello che sarà poi conosciuto come il processo di Francoforte. «Cosa speri di trovare», sembra volergli dire l’americano, «che tu non possa capire fin da ora». Non furono un manipolo di macellai a condannare la Germania degli anni ’30 in quella bolgia infernale da cui uscì a pezzi alla metà dei ’40, ma l’indifferenza, la silente complicità, il malcelato apprezzamento, per quanto scevro da atti concreti, della stragrande maggioranza della sua popolazione.

Nella prima pagina di un libro che dovrebbe diventare lettura obbligate in tutte le scuole d’Europa, c’è scritto: «Non ero predestinata in modo particolare a interessarmi dei nazisti. I genitori di mio padre non erano stati né dalla parte delle vittime né da quella dei carnefici. Non si erano segnalati per atti di coraggio, ma non avevano neanche peccato per eccesso di zelo. Erano semplicemente Mitläufer, persone “che seguono la corrente”, conformisti, gregari. Semplicemente: nel senso che il loro atteggiamento era stato quello della maggioranza del popolo tedesco, un accumulo di piccole cecità e piccole viltà che, messe l’una accanto all’altra, avevano creato le condizioni necessarie al compiersi di uno dei peggiori crimini di Stato organizzati che l’umanità abbia mai conosciuto. Dopo la disfatta, e per lunghi anni, ai miei nonni come alla maggior parte dei tedeschi mancò il distacco necessario per rendersi conto che senza la partecipazione dei Mitläufer, anche minima a livello individuale, Adolf Hitler non avrebbe potuto commettere crimini di una tale portata» (Géraldine Schwarz, I senza memoria. Storia di una famiglia europea, Einaudi, 2019, pag. 3).

Già, la maggioranza, quelli che seguono la corrente, i tutti di cui parlava l’ufficiale nel film, quelli che «ridevano», come dice Helen Mirren nei panni di Maria Altmann in Woman in gold, bel film sulla storia vera di una ricca famiglia ebraica viennese nel dramma della Shoah, mentre i nazisti cacciavano gli ebrei dalle loro case, li privavano dei loro averi.

La maggioranza di cui faceva parte Adolf Arndt, il deputato Spd che, in sede di discussione parlamentare per l’estensione dei termini di prescrizione per omicidio (20 anni, nella legislazione tedesca della Rft di allora) nel marzo del 1965, a pochi mesi dall’applicazione di tale eccezione persino per i crimini nazisti, d’ufficio datati alla fine del Terzo Reich, l’8 maggio 1945, pronunciò al Bundestag un discorso che poi rimase un punto di riferimento negli anni a venire, in Germania e non solo: «Anch’io mi dichiaro colpevole. Perché, vedete, non sono sceso in strada a protestare quando ho visto che gli ebrei venivano portati via. Non mi sono appuntato la stella gialla e non ho detto: Anch’io. […] Non posso dire di aver fatto abbastanza. […] Nessuno può dire: Non ero ancora nato, questa eredità non mi riguarda» (in G. Schwarz, op. cit., p. 122).

A mille anni da qui, vorremo esser ricordati come i mille volti ghignanti e indifferenti, o proviamo a indignarci e fare qualcosa perché il male dell’inumanità che ancora si manifesta contro i disperati che la terra scaccia da dove son nati non trovi terreno così facile per spandersi e riempire di sé ogni interstizio di quella che ancora si ostina a chiamarsi «civiltà»?

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