Proprio oggi s’avverte la mancanza dei partiti

Sto parlando poco di questa crisi del Governo e della definizione di quello che verrà perché non ne ho tanta voglia; al massimo, scriverò qualcosa quando il Parlamento avrà votato la fiducia all’esecutivo e al discorso del presidente del Consiglio. In tutti i casi, l’operazione è pienamente legittima è democraticamente corretta, nel nostro sistema istituzionale e per come è stata portata avanti. Il resto e le polemiche, le lascio a quelli del Papete. E però c’è un «ma», di cui vorrei parlare.

Io sono un proporzionalista convinto e un pieno sostenitore delle democrazie parlamentari; quindi, sul fatto che le maggioranze si costituiscano nelle aule dopo le elezioni, non ho nulla da eccepire. Quello che manca, il «ma» di cui dicevo, sono i partiti e il loro dibattito interno. E non basta una consultazione binaria, via internet con un clic o nelle sedi fisiche con una scheda e una matita, dove si chiede, semplicemente un «sì» o un «no». Servirebbe un percorso, un metodo, una discussione, interna. O almeno, servirebbe a quelli come me. Ecco perché m’interessa sempre meno quello che accade; perché non posso prender parte, dire la mia, esprimermi. Posso solo votare, e non sempre basta per dirmi incluso nel processo democratico.

Questo, il metodo e la discussione, era appunto ciò che facevano i partiti, nei quali liberamente i cittadini potevano associarsi «per concorrere […] a determinare la politica» (articolo 49 di quella stessa Costituzione che garantisce a quanti oggi formano un nuovo esecutivo di poterlo fare), per far sì che ciascuno sentisse come proprie, o almeno espressione di una reale maggioranza di suoi pari, le decisioni che venivano prese. Ed è di questo che, a mio parere, si sente oggi la mancanza.

Il calo della partecipazione, di ciò, credo sia conseguenza.

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