Più che il cuore può la pancia

A un certo punto, Paolo Mieli, nella puntata di giovedì scorso della sua Passato e Presente, su RaiTre, dedicata all’odissea dei due volte dannati dell’Exodus 1947, il bastimento che salpò dalla Francia per la Palestina, ma venne respinto indietro, fino a far ritornare quei profughi ebrei che vi erano imbarcati di nuovo in un campo di prigionia in Germani, si chiede e chiede alla sua interlocutrice, la storica Anna Foa: «Professoressa, io continuo ad avere i brividi, per il fatto che questi ebrei, in una dimensione così corposa, siano stati riportati in Germania. Non potevano fermarsi in Francia?». E alla risposta della docente che ricorda come loro stessi si rifiutarono di scendere, l’ex direttore del Corriere continua: «Ma quando arrivano in Germania, non potevano dire “vabbè, adesso però la partita è chiusa, abbiamo perso, piuttosto che stare in Germania, andiamo in un altro Paese”?».

La riposta della Foa fa rabbrividire davvero, e ancora di più. Dice: «A questo punto, fu usata anche la forza per farli scendere». È basito Mieli, lo siamo noi. Ma come, verrebbe da dire, su quella nave c’erano degli ebrei scampati alla Shoah, e qualcuno osò impedir loro di scendere, li sballottolò nelle acque del Mediterraneo, fece un blocco navale con la propria marina militare e li rispedì indietro, fino in Francia o in Germania? Se vi ricorda qualcosa, vuol dire che non tutto è perduto (anche se temo che lo sia gran parte). E ancor prima, il conduttore si era già chiesto se un atteggiamento più remissivo, se un non cercare di forzare il blocco li avesse potuti aiutare: «Se loro avessero reagito nella maniera più tradizionale, mostrando il loro volto sofferente, senza fare lotta armata, la vicenda poteva andare diversamente?». Pure qui, il collegamento, vi prego, non lasciatelo sfuggire, tra quei fatti e chi oggi ignora gli ordini ricevuti per approdare nel porto sicuro più vicino.

Quanti altri volti della sofferenza dovevano ancor mostrare gli ebrei, dopo la carneficina nazista? Si racconta che, nel porto di La Spezia, una nave carica di ebrei pronti a salpare alla volta della Palestina sia stata scambiata per un bastimento carico di fascisti in fuga. Alla domanda dei poliziotti saliti a bordo su quanti fossero realmente stati nei campi di concentramento, tutte le braccia sul ponte si alzarono, scoprendo i numeri tatuati sui polsi. Dovevano forse mostrare altro? Devono forse provare di più il loro fuggire dalla disperazione, oggi, quelli che si mettono in mare sapendo di rischiare la vita con in braccio i loro figli?

È che allora come oggi, chissenefrega di chi soffre o ha sofferto. Gli inglesi non potevano accettare quei profughi perché temevano di perdere il protettorato in Palestina (cosa che poi comunque successe) e inimicarsi, contemporaneamente, l’intero mondo arabo, in una fase in cui, a pezzi, stavano perdendo l’intero loro impero (e che in nulla riuscirono a salvare con quella prova di forza contro i battuti della terra). Adesso, una politica stanca in stati nazionali che si vogliono sovrani a dispetto del tempo, pensa di poter trovare in chi fugge dalle afflizioni di un’esistenza più che grama il nemico utile a confermare di non essere del tutto superflui per l’ordine delle cose. Illudendosi che basti questo pugno fermo, che le masse gradiscono perché sempre, per parafrasare il Poeta, più che il cuore può la pancia, a fermare l’inesorabile sorte di chi si aggrappa a tali bassezze perché sono queste il più altro dove la sua morale arriva.

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