Perché alla fine, la politica, la fanno le persone

«Perché esce dal partito che ha contribuito a fondare?», chiede Marco Demarco, per Il Corriere della Sera di ieri. «Da tempo i rapporti politici interni erano critici. E anche quelli umani, per me molto importanti, facevano acqua da tutte le parti. A Napoli, in occasione delle primarie contestate, sono stato pugnalato alle spalle. Allora mi sono chiesto: ma che senso ha?», risponde l’ex sindaco del capoluogo campano.

Già, che senso ha? A differenza di Antonio Bassolino, io non ho contribuito a fondare il Pd, non sono stato pugnalato alle spalle (anche perché non sono mai stato nella posizione da poterle offrire a qualcuno), e non ho consultazioni interne sulle quali rivendicare alcunché. Eppure, quando dal Pd me ne sono andato, due o tre di quelli lì dentro sono rimasti mi hanno chiamato per chiedermi di restare, o semplicemente per capire perché me ne stessi andando. Gli altri, ovviamente, avevano cose più importanti e urgenti da fare che cercare me. E li capisco, e sinceramente m’avrebbe stupito che l’avessero fatto. Ecco, però, perché a voi stupisce che io o altri come me, pochi o nessuno che noi siamo, se e quando vi ricordate di cercarci dopo averci ignorati mentre andavamo via, non siamo pronti a correre nel metterci elettoralmente al vostro servizio?

Come diceva Bassolino al Corriere: i rapporti umani, le relazioni fra le persone, contano. Banalmente perché sono poi le persone in quanto tali a fare quella cosa che si chiama politica; nel quadro che disegnano le idee, nella migliore delle ipotesi, o per le logiche e le dinamiche delle parti, dei gruppi, nelle peggiori, ma sempre sulle gambe di donne e uomini in carne e ossa essa si muove. E quelle reggono, al contempo, sentimenti, amicizie o illusioni, ma anche risentimenti, inimicizie e delusioni, da cui la mano che agisce sulla scheda elettorale, come quella che dà i volantini in piazza, scrive i comunicati stampa, gira le salamelle alle feste, può non esser capace di disgiungersi.

Tenerlo a mente pure quando si vince, anzi, soprattutto allora, non guasterebbe.

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