Ognuno vada dove vuole andare

«Gli avevamo teso la mano per modificare insieme la legge elettorale e lui ce l’ha ricacciata indietro», dice Bersani in risposta alle parole di presunta apertura ai fuoriusciti dal Pd pronunciate da Renzi, aggiungendo: «Adesso possiamo soltanto sperare di ritrovarci subito dopo le elezioni. Ma possibilità di accordarsi prima, al momento, non ce ne sono». E Tommaso Labate, in un retroscena per Il Corriere della Sera di ieri, spiega la posizione di Mdp, raccontando in questo modo le parole e le opinioni degli aderenti a quella forza politica: «Mettiamo pure caso […] che a noi vada di sostenere una serie di candidati del Pd nel maggioritario in cambio del loro sostegno ad alcuni dei nostri. Mettiamo caso che rinunciassimo a candidare uno dei nostri dove c’è Renzi in cambio del fatto che Renzi rinunci a candidare un pd dove corre Enrico Rossi. Se lo facessimo, per colpa dell’assenza del voto disgiunto, in quegli stessi collegi dovremmo rinunciare a presentare il nostro simbolo e saremmo costretti a perdere i voti nel proporzionale. Dovevano pensarci prima, quelli del Pd. Adesso sanno perfettamente che non possiamo giocarci il raggiungimento del quorum, e quindi la sopravvivenza, in nome della desistenza».

Ecco, anche tecnicamente, sic stantibus rebus (e stanno così perché chi aveva il potere di decidere così ha deciso che stessero), un’alleanza fra il Pd e le forze alla sua sinistra è quantomeno difficile. Ma se non ci fossero le tecnicalità a cui, nella ricostruzione del giornalista di via Solferino, i dirigenti di Articolo Uno facevano riferimento, rimarrebbe il dato politico. E il principio di coerenza, almeno dal mio punto di vista. Due esempi per spiegare entrambe le cose. Il primo: il Pd è pronto a tornare indietro sulle politiche fatte in questi anni, dal decreto Minniti-Orlando all’articolo 18, dalla Buona scuola alle trivelle di mare e di terra, solo per dirne alcune, o vuole continuare a insistere per quelle strade? Nella risposta, a mio avviso, ci sono i margini di un’alleanza: se è un no, sarà un no. Il secondo: ma se nel proprio collegio, un elettore che da tempo non guarda più al Pd precisamente per quelle scelte politiche si trovasse, in virtù di una possibile alleanza, candidato (o collegato nel proporzionale, col rischio di pescarlo “a strascico”) qualcuno che tutte queste ha approvato, sostenuto e difeso, come potrebbe lui votarlo? E qui, dicevo, il problema di connessione logica fra quanto si è contestato in questi anni e cosa ci si potrebbe trovare a votare nel prossimo futuro. Ed è un problema di consequenzialità su cui non si può, con facilità, soprassedere, almeno dal mio punto di vista, ripeto.

Ma allora sto dicendo che non potrei mai votare per un per qualcuno che, fattivamente, ha approvato tutte le cose che ho avversato durante questa legislatura? Sì, e non da adesso. Perché se era per votare chi voleva cancellare il diritto al reintegro per i licenziati senza giusta causa, stabilire accordi con discutibili rais libici per tenere i migranti lontani dalle nostre coste e soprattutto dalle telecamere, ignorandone le sorti, cercare di risolvere per via securitaria i problemi sociali, eliminare le tasse sulla prima casa a tutti, ricchi compresi, piegare pure la scuola a logiche aziendalistiche, eccetera, eccetera, eccetera, forse avrei guardato ad altri, e non a chi si diceva di sinistra, nei vent’anni passati in cui – forse – sono invecchiato.

Quindi, con il Maestrone e agli amici del Pd, ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare…

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1 risposta a Ognuno vada dove vuole andare

  1. Italiote scrive:

    Ogni “logica” dipende dalle premesse poste, anche quelle delle petizioni di principio (ove le premesse “arbitrarie” non fanno altro che dare per scontato quello che si pretenderebbe di dimostrare).

    Partendo dalla premessa che una democrazia dovrebbe essere in grado di funzionare in presenza di pluralismo ci si dovrebbe chiedere quanto eterogenee possano risultare le “compatibilità” politiche.

    Pur trascurando (consequenzialmente) il caso dell’assenza di eterogeneità nella logica data dal pensiero unico (compatibile solo con cloni di sé stesso), rimane ammissibile l’eventualità che le differenze risultino più importanti dei punti in comune:

    Sicché se -per esempio- lo ius culture ed “altro” non saranno ritenuti sufficienti consequenzialmente non si penseranno ad alleanze che possano concretizzarli nella prossima legislatura.

    Qualcuno potrebbe voler attendere che la lista di cose avversate si allunghi in modo che crescano i consensi verso un “futuro” che creda bene ridurle.

    Finora sembra che ci stiano bene riuscendo: Gli astensionisti sono sovente il primo partito ma forse il futuro che attendono non si è materializzato perché hanno dimenticato (o non hanno mai saputo) come cooperare per tutelare i pochi punti che presumibilmente avrebbero in comune interesse.

    PS: Questo spiegherebbe anche lo scarso utilizzo dello strumento del referendum abrogativo ma ci sarebbe da riflettere anche sul motivo per cui il maggiore “comitato del no” al referendum costituzionale non sia riuscito a raggiungere (nei tre mesi richiesti) il quorum per la raccolta firme.

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