Avreste potuto pensarci prima

«L’alternativa è tra chi pensa possibile rifugiarsi nelle pantofole delle proprie biografie e chi accetta la sfida tempestosa del governo», dice Gentiloni durante la festa per i dieci anni del suo partito. Non per fare della facile demagogia, ma questo continuo tentativo di dimostrare che sarebbe più semplice vivere la vita di chi sta all’opposizione, e magari da sempre fuori dal palazzo (come potrei essere io, per esempio) e non quella di coloro che sono al governo e da tempo immemore nelle istituzioni (peraltro guadagnando in un mese più di quando mi posto io a casa in un anno, per dire) comincia a essere davvero urticante.

Perché, insomma, o il lavoro politico è degno anche nel solo rappresentare parti di elettorato e i loro interessi (d’altronde, in una Repubblica parlamentare, quello farebbero gli eletti), e allora chi sta al governo non svolge un compito “più nobile” di chi sta all’opposizione, e quindi non può permettersi di dire agli altri che si rifugiano «nelle pantofole delle proprie biografie», oppure quel ruolo è legittimo solo se svolto dai governanti che si sacrificano accettando «la sfida tempestosa del governo», e allora quelli che non governano stanno tutti “in panciolle”, come ci stavano gli attuali governanti quando lì dove sono sedevano altri, solo che è lecito pensare che cosa facessero al tempo, o facciano adesso le minoranze, e perché percepissero, e percepiscano quelle, un’indennità, oppure, perché il ragionamento scivola fra pantofole e sfide, quanto sia davvero sacrificata la vita di chi è costretto a ruoli esecutivi.

Ma c’è un argomento ancora più stucchevole che si infila in quel ragionamento: quello per cui ci sarebbe una “sinistra buona”, dedita a fare le cose concretamente, e una “sinistra cattiva”, parolaia, inconcludente e votata a «far vincere la destra» . Ora, però, se davvero il cruccio della sinistra governante è quello di non far vincere le destre, avrebbero potuto pensarci prima. Prima quando? Beh, tipo al tempo in cui quelli che li avevano votati quasi per favore chiedevano loro di non fare il governo con Berlusconi e di non mettere in atto quelle politiche, e in modi non dissimili, che per decenni avevano, insieme, combattuto, dall’abolizione dell’articolo 18 alla chiamata diretta dei presidi nelle scuole, dalle riforme elettorali e della Costituzione «a colpi di maggioranza» alle grandi opere tutte cemento e trivelle, dalla risposta securitaria intrisa di classismo, per cui i poveri in centro sarebbero da cacciare per questioni di “decoro urbano”, fino agli accordi con discutibili rais libici per tenere i migranti lontani dalle telecamere e dagli effetti sui risultati elettorali. Ecco, prima nel senso di allora, dico.

Tutto il resto, permettetemi di dirlo con un francesismo, sono semplicemente stronzate. Perché se vincessero loro, quelli che si spendono con sacrificio nella «sfida tempestosa del governo», quelle sono il genere di politiche che avremmo; lo stesso che potremmo avere se vincesse quella destra che a parole dicono di contrastare, ma nei fatti imitano e cercano. E poco importa se chi dice che l’arrivo dei migranti e le barricate di popolazioni esasperate da una cinica propaganda della paura faccia temere per «la tenuta democratica del Paese» indossi improbabili felpe o più classici e formali abiti in grigio scuro.

Sempre che le parti politiche non siano solamente questione di stile e dress code.

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