Scusate, ma dove siete finiti?

Al di là del merito (e ce ne sarebbero di cose da dire, non solo per me che sono un impenitente proporzionalista, ma pure per quelli che, tempo addietro, gonfiavano il petto nell’annuncio di un definitivo e fatale «mai più parlamentari non eletti direttamente dai cittadini»), quello che nella storia di questa, ennesima, legge elettorale colpisce è anche, se non soprattutto, il metodo con cui è stata pensata e, ancor più, quello attraverso il quale la si vuol far passare.

Dicevo,’l  modo ancor m’offende perché l’idea di definire un sistema di voto contro qualcuno (cosa significano, altrimenti, le spiegazioni di quanti vedono nel Rosatellum «un argine al populismo»?) è il principio della riduzione della democrazia a sola legge dei più (che siano i più forti o i più numerosi è secondario), e perché farlo con la fiducia è l’epifania migliore di quell’idea. Ma la cosa che più di tutte mi stupisce sono le reazioni che mancano. Marcello Sorgi, su la Stampa di ieri, parlava di «forzatura». La Repubblica, sempre ieri, titolava in prima pagina sul lodo «salva-impresentabili», la norma nella legge che permetterebbe a chi è residente in Italia di candidarsi nelle circoscrizioni estere, tipo un Verdini ipotetico che, per non turbare l’elettorato rosso di Toscana, potrebbe candidarsi in Sudamerica. Il giorno precedente, sul medesimo quotidiano, Ezio Mauro scriveva di «colpo di mano», e persino Giorgio Napolitano non ha mancato di denunciare «l’ambito pesantemente “costretto” in cui qualsiasi deputato o senatore può far valere il suo punto di vista e le sue proposte». Ecco, allora mi domando: e voi che fate? Per cose simili, ai tempi di Berlusconi sareste scesi in piazza? Anzi, per cose non molto diverse, siete scesi in piazza, costruendo su quelle mobilitazioni intere carriere, giornalistiche e politiche; adesso, dove siete finiti?

E dove eravate, quando veniva abolito quell’articolo 18 che vi portò, in sua difesa, a milioni per le vie della capitale? Dove, quando la polizia caricava i migranti e quando il Governo definiva «questione di decoro» la cacciata dei poveri dai centri storici? Dove, quando, con le quantomeno dubbie forze che dominano sulle sabbie e lungo le coste di Cirenaica e Tripolitania, per trattenere i migranti lontano da quelle telecamere accese che tanti voti possono far perdere, lo stesso Esecutivo stabiliva accordi così ombrosi da spingere il Consiglio d’Europa a chieder chiarimenti?

Perché io capisco la posizione di un Fassino qualsiasi che, presentando il suo libro insieme a chi può dargli qualcosa di più della seggiola di consigliere comunale d’opposizione, al Renzi che ricorda come sulla legge elettorale «la fiducia la usò De Gasperi» – che peraltro, nel poco tempo che gli rimase da vivere dopo di allora, si pentì di quella scelta fatta una sola volta, mentre i nostri sono già alla seconda –, dimentica di citare il finimondo che il partito in cui ha militato, il Pci, fece contro quella scelta, in aula e nel Paese, ma tutti gli altri, perché si fanno oggi andar bene il calpestamento, a tratti con vera e propria furia iconoclasta, di quelli che, fino a ieri l’altro, dicevano essere i loro valori non negoziabili?

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