Guardate che la terra è di chi la possiede

Per un articolo che ho scritto alcuni giorni fa, ho ricevuto una critica che non mi sarei mai aspettato. No, non perché non pensavo di poter essere criticato, ma perché, a mio avviso, sbagliava bersaglio e argomento. Il tema era l’abbandono silenzioso di quelli che non riescono a trovare spazi nel posto in cui sono nati; il rilievo che mi veniva mosso era, grosso modo, che se tutti facessero così, nessuno dimostrerebbe amore per la sua terra. Bene, proverò a rispondere all’obiezione dal punto di vista che mi ha portato alle conclusioni che lì e in altri contesti ho diverse volte esplicitato.

Innanzitutto, credo che l’amore per qualcosa che, a vario titolo, si può chiamare “patria” debba sempre essere una sorta di relazione biunivoca, debba, come dire, essere ricambiato. Vi sembra che questo Paese ami quei suoi figli che costringe a cercar posti da lavapiatti in giro per quel mondo che poi magari fa loro trovare incarichi da dirigenti, dopo che “a casa loro” non erano stati ritenuti buoni nemmeno per fare gli uscieri? Basterebbe forse questo a rispondere, però voglio raccontarvi una storia. Pure io una volta chiesi a un vecchio delle mie parti se, nei suoi giri per ogni dove a cercar fortuna, avesse provato, se non la nostalgia, che è roba da ricchi e lui non lo era, almeno un po’ di senso di perdita per la sua terra lontana. «I tre tomoli alla Difesa?», mi rispose, citando la quantità, poco più di un ettaro, e la zona, a valle dall’abitato in cui entrambi siamo nati. «No, anche se li avesse portati via la frana, non avrei perso un granché», aggiunse senza alcuna apparente ironia. Mi guardò ancora un attimo prima di capire cosa intendessi, e aggiunse spiegando: «capisco ciò che dici, ma quella tua “terra” non è affar mio, non più. La terra è sempre e solo di chi ce l’ha, gli stessi che la dicono pomposamente “nostra” quando c’è da difenderla contro qualcosa o qualcuno, ma che son lesti a ribadirla “loro” qualora, per caso, si parlasse di dividerla».

Già; di tutti per difenderla, di pochi per non dividerla. Credo che i ragazzi, o i non più tali, che ancora oggi lasciano l’Italia perché non hanno gli spazi che da altre parti incontrano, tra di loro, non so con quanta coscienza, si facciano un ragionamento non dissimile da quello che faceva il vecchio sul mio paese. Rimane un attaccamento nella memoria, magari, e tanti sentimenti per le persone che vi si sono lasciate. Ma per tutti gli altri che non li han cercati quando avevano più bisogno, perché provare qualcosa che non sia, nella migliore delle ipotesi, indifferenza?

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