Non si cureranno di ciò che di loro non si cura

«Ricordo le umiliazioni subite da mio padre quando non riusciva a trovare lavoro, costretto a dipendere da mia madre. Ricordo la sua rabbia, la sua autostima in frantumi. È il mio imprinting. Per questo capisco la destra dei tea party: l’economia che passa dal manifatturiero ai servizi si lascia indietro tanta gente che sa solo lavorare con le mani. Non possiamo ignorarli, sono nostri fratelli».

Non sono un suo fan, ma queste parole del Boss, dette un lustro fa presentando Wrecking Ball, sono ancora attuali, dannatamente attuali. Bruce Springsteen nel suo penultimo lavoro in studio (prima di quello che probabilmente con troppa fiducia volle titolare High Hopes) invitava, anzi, dava per scontato il prendersi cura dei propri simili, di quei fratelli che sanno solo lavorare con le mani e che pagavano lo scotto maggiore nella crisi: We Take Care of Our Own, come il titolo della prima traccia del disco. Già, la cura, il tema centrale della vita degli uomini. «Cura enim quia prima finxit, teneat quamdiu vixerit», insegnava Igino: poiché fu la cura che per prima diede forma (all’uomo), lo possiede finché esso viva. La stessa cura in cui Heidegger trovava l’essere dell’esserci, la struttura fondamentale dell’esistenza. La cura, quella che un sistema di potere preda di se stesso non dedica più a quanti poi, pariteticamente, non si curano più delle sue sorti. E la rovina rischia di travolgere entrambi.

«Macron o Le Pen, Clinton o Trump, Renzi o Grillo; chi di questi si curerà di me? Chi lo ha fatto fino a oggi? Chi mentre perdevo il lavoro, non sapevo dare certezze ai miei cari, guardavo allontanarsi il tempo della sicurezza? E se i primi hanno difeso o sono stati il sistema che mi ha messo ai margini, allora ben vengano i secondi, che questo e quelli facciano saltare per aria». Così sembra pensar forte un elettore disperato, se non del tutto giusto, quasi in niente sbagliato, e il luogo adatto al suo rancore lo trova su una scheda, prima che il fato possa costringerlo a cercarsi del tritolo.

Perché io non lo so cosa possa esserci dopo il voto agli anti-sistema, quando il fuoco di fila di quelli che, comunque, nel contesto presente stan bene lo avrà sconfitto o l’inconcludenza dei suoi interpreti nelle istituzioni vanificato. Di più, temo di non volerlo scoprire affatto, perché ho paura che la rabbia covata in solitudini che si sommano senza mai unirsi possa davvero esplodere in faccia al mondo che per esse ha avuto solamente indifferenza.

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1 risposta a Non si cureranno di ciò che di loro non si cura

  1. eva scrive:

    Alla luce di queste condivisibili riflessioni, occorre essere critici con chi , in modo un po’ elitario, etichetta troppo facilmente con lo stereotipo di populismo la disperante amarezza di chi ha ricevuto ingiustizie proprio da quella parte della politica che doveva avere come vessillo la giustizia.
    Chi ha trangugiato medicine amare in nome di una crisi non certo creata da povere mani laboriose, chi s’è visti sbriciolati diritti e dignità di lavoratore (… e potrei continuare… ) non può che sentirsi tradito.
    Dal sentirsi deluso, tradito, messo ai margini alla rabbia il passo può essere breve.
    Non conviene a nessuno chiudere gli occhi davanti a ciò, neppure alle èlites finanziarie/imprenditoriali e a quella sedicente sinistra moderata che ne ha avvallato metodi, contenuti, esiti.

    Di certo ci sarebbero gli antidoti a questa deriva, ma abilmente, passo dopo passo, hanno debilitato chi lavora anche sul piano psichico e culturale, ne hanno strategicamente minato la capacità collaborativa, la coesione.

    Spero non al punto di non ritorno.
    Il 19 % della sinistra più autentica in Francia potrebbe insegnarci qualcosa.
    La sindaca di Barcellona anche…

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